Page 187 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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LA CAMPAGNA DEL 1860 IN SICILIA 185
«Nulla di più precario, di più periglioso di questa vittoria» (Guerzoni), ma
tuttavia Garibaldi assume la dittatura di Sicilia «a nome di S.M. il Re d’Ita-
lia», nomina il La Loggia presidente del comitato insurrezionale, si occupa
della formazione di un nuovo municipio in sostituzione di quello scomparso,
stabilisce i comitati delle barricate, delle munizioni, delle finanze, dell’anno-
na, emana un decreto col quale chiama alle armi tutti i comuni dell’isola per-
ché marcino sulla metropoli, al compimento della vittoria.
Comprendendo l’importanza militare dei Quattro Canti, punto d’interse-
zione delle vie Toledo e Maqueda, vi si fortifica tutto intorno, e ne fa base di
operazioni per guadagnare terreno.
Lanza è a palazzo reale sgomento e imbarazzato, e con lui è il Maniscalco.
Vede di là i Quattro Canti irti di barricate. Ha molta truppa sottomano (al
palazzo e all’Arcivescovado), ma non osa lanciarla a piazza Pretoria. Il fascino
speciale esercitato dal gran nome di Garibaldi, l’arrivo della sua colonna, ben
nota per essere composta di gente provata ai più duri cimenti di guerra, l’ira
del popolo, che già si è mosso come un sol uomo, spengono in lui quella po-
chissima energia che possedeva. Frattanto il Landi, che era presso ai Quattro
Canti, dà indietro al largo di palazzo reale (ora piazza della Vittoria); invece
il tenente colonnello Marulli si batte bene col 3° di linea a porta Maqueda,
ove urta con le squadre del La Porta, ma ferito deve dare indietro. Cataldo,
che guardava da tramontana la città, ripiega alle 4 del pomeriggio senza mo-
tivo, e lasciata sguarnita la importante posizione dei Quattro Venti, e con es-
sa le carceri, donde sbucano i prigionieri, che in massa vanno a rafforzare i
popolani in rivolta. Si combatte qua e là: a piazza Bologni, all’Arcivescovado,
nel rione Ballarò, al giardino inglese, a S. Francesco di Paola, alla villa Filip-
pina, ai Benedettini, al quartiere S. Giacomo. Tutti questi conati dei regi, iso-
lati e senza direzione, permettono all’insurrezione di rafforzarsi. Tutta la par-
te bassa della città, perciò, meno le Finanze, cade in potere degli insorti, e co-
sì il rione Ballarò, abbandonato dal generale Letizia, e la caserma di S. Anto-
nino, posto molto importante, perché dalla via Oreto si potevano sbarrare fa-
cilmente le provenienze da Falsomiele e Villagrazia.
Lanza allora da ordine al colonnello Briganti, comandante del forte di Ca-
stellammare, di bombardare la città; un colpo ogni cinque minuti. Della flot-
ta una sola nave tira qualche colpo con un solo cannone che, ironia del desti-
no, non fa che uccidere tre soldati e ferirne sette nel largo del palazzo reale,
dove si affollavano le truppe.

