Page 190 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                      30 MAGGIO - II Mechel, tornato da Corleone, alle 10 del mattino è alle
                   porte di Palermo; sforza le barricate di porta di Termini difese dal Carini e
                   giunge a piazza Fieravecchia, dove è accorso il Sirtori, con quanta gente ha
                   potuto raccogliere, non tanta però da poter rappresentare un serio ostacolo.
                   Di là a piazza Pretoria, quartier generale di Garibaldi, non c’è nemmeno un
                   chilometro, e la via è libera. Giungervi a baionetta calata non è difficile.
                      Ma nel mattino Lanza ha scritto a Garibaldi, comunicandogli che l’ammi-
                   raglio inglese si farebbe mediatore di una conferenza fra due generali regi e
                   Garibaldi, e chiedendo se ciò aggrada a quest’ultimo, nel qual caso lo prega-
                   va «indicare l’ora in cui si debba cominciare l’armistizio». Garibaldi accetta il
                   convegno, e si concorda una tregua per l’una pomeridiana. Tregua provviden-
                   ziale: Mechel non può più avanzare!
                      A bordo dell’Hannibal, comandato dall’ammiraglio Mundy, convengono
                   Garibaldi vestito da generale piemontese e Crispi da una parte, i generali Le-
                   tizia e Chrétien dall’altra, e i comandanti dei legni francesi, americani e sardi
                   ancorati nel porto.
                      La conferenza è abbastanza burrascosa. Per il momento si con viene l’ar-
                   mistizio per 24 ore. Poi dopo viva discussione si approvano quattro articoli
                   relativi alla conservazione delle posizioni, all’imbarco dei feriti regi, ecc. Ga-
                   ribaldi si ribella al quinto, secondo la quale la municipalità avrebbe dovuto
                   rassegnare un’umile petizione al Re, esprimendogli i reali bisogni della città.
                   «La municipalità sono io! - risponde - e io rifiuto il mio consenso». E torna-
                   to in città, da un balcone di palazzo Pretorio ne da avviso al popolo: «II ne-
                   mico m’ha offerto una tregua. Io ne accettai quei patti che l’umanità suggeri-
                   va di accettare; ma tra le proposte fatte una ve ne era, umiliante per la brava
                   popolazione di Palermo, ed io la rigettai con disprezzo. Il risultamento della
                   mia conferenza d’oggi fa dunque che si ripigliassero le ostilità domani. Io e i
                   miei compagni siamo festanti di combattere accanto ai figli del Vespro la fi-
                   nale e decisiva battaglia». Un grido immenso, terribile, il grido di guerra del
                   popolo, rimbomba nella piazza: guerra! guerra! si grida da ogni parte, perfi-
                   no dalle donne, dai vecchi e dai fanciulli; grazie! grazie! e tutti gli mandano
                   baci e benedizioni.
                      Garibaldi, dice egli stesso nelle sue «Memorie», si ritira «ritemprato, e da
                   quel momento ogni sintomo di timore, di titubanza, d’indecisione gli spar-
                   ve». Parrà forse dir troppo, ma è la verità. «La sera di quel giorno, proprio co-
                   me se ricorresse la festa di S. Rosalia, Palermo si illuminò tutta... Non vi fu
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