Page 53 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                                          LE CAMPAGNE D’AMERICA 1836 - 1848                51




                      lorosissimi legionari italiani, mentre i cavalieri orientali spaventati voltarono
                      briglia e ritornarono al Salto;
                         - che, soprattutto, raccomandò ai suoi di non preoccuparsi della cavalleria
                      nemica, pur tanto numerosa, e di proporsi invece di mettere al più presto fuo-
                      ri causa la fanteria avversaria, che costituiva in realtà il maggior pericolo per-
                      ché tre volte più forte e meglio armata della fanteria garibaldina; incitamento,
                      pure questo, che venne bravamente seguito dai prodi legionari e che condusse
                      alla rotta sanguinosa della fanteria argentina, messa definitamente fuori causa
                      nelle prime ore del combattimento, anche per la morte del suo comandante;
                         - che dopo questo primo segnalato successo, e pur essendo ancora chiaro
                      il giorno, i garibaldini, costretti tuttavia a difendersi dalla ancor fortissima ca-
                      valleria avversaria, già affranti dalla stanchezza, tormentati da una sete terri-
                      bile e impressionati dal gran numero di morti e feriti, avrebbero volentieri vi-
                      sto iniziarsi una ordinata ritirata verso il fiume; mentre Garibaldi, col suo fi-
                      nissimo intuito di condottiero. comprendeva benissimo che, ritirarsi prima di
                      notte con la numerosa cavalleria nemica alle calcagna, e in quel terreno ad es-
                      sa tanto favorevole, equivaleva a condannarsi a sicuro macello;
                         - che, pertanto, come sempre soleva nei momenti più tragici delle sue ge-
                      sta guerriere, impose ai suoi il suo volere con quella sua voce, con quel suo
                      sguardo, con quel fascino sublime che da lui emanava e che faceva risorgere
                      gli affranti e diventare leoni;
                         - che, calata la notte, con una sapienza di predisposizioni unica più che ra-
                      ra, ed ottenendo miracoli dai suoi, portando con sé tutti i feriti, riuscì a svin-
                      colarsi dal nemico e raggiungere il fiume, con una ritirata meravigliosamente
                      condotta;
                         - che l’alba lo trovò già disposto in posizione lungo il margine della bosca-
                      glia, dove ebbe naturalmente buon giuoco per respingere definitivamente col
                      fuoco e con gravi perdite la sopraggiunta cavalleria nemica, la quale finì per
                      disperdersi scornata;
                         - che così poté rientrare trionfante e glorioso in Salto, fortemente intanto
                      difeso dall’Anzani, contro contemporanei vani assalti del nemico.
                         Ecco, in sunto, tutto ciò che c’è di militarmente sostanziale nei vari rac-
                      conti che di quella celebre giornata furono scritti e pubblicati.
                         Un combattimento, in fondo, poco dissimile da tanti altri, avvenuti in ogni
                      tempo e in ogni luogo, e dal quale, tecnicamente, in verità, non c’è gran che
                      da imparare.
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