Page 57 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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LA CAMPAGNA DEL 1848 55
scelta dei luoghi e dei modi più opportuni all’azione.
Diciamo subito che il Medici, giunto nel maggio a Le Havre, informato
che Mazzini non era più in Inghilterra, traversò rapidamente la Francia e si
incontrò con lui a Milano. Sembra che essi concertassero i modi migliori per
la formazione d’un corpo di volontari. A tale intento il Medici andò pure in
Toscana per consultare il Guerrazzi ed anche per tentar di convincere quel go-
verno ad affidare a Garibaldi il comando dell’esercito granducale; l’idea non
venne accolta da Neri Corsini, ministro della guerra, ed il Medici, dopo aver
atteso inutilmente Garibaldi a Livorno, com’era stato convenuto, andò in
Piemonte.
Il 15 aprile Garibaldi salpa da Montevideo con 63 legionari su di un bri-
gantino cui ha posto il nome di Speranza. Il ritardo nella partenza dipese dal-
le gravissime condizioni di salute dell’Anzani, il quale, benché ammalato di
tisi, anelava a ritornare in Italia. La necessità di provvedergli viveri speciali in-
duce Garibaldi ad approdare a Santa Pola, cittadina spagnola a sud-ovest di
Alicante. Qui il comandante della nave, sceso a terra, reca notizie brevi ma ta-
li, come scrive Garibaldi nelle «Memorie» «da fare impazzire uomini anche
meno esaltati di noi». E’ un balenare di speranze nuove che supera quanto la
fantasia di quegli animosi ha potuto, sino allora, immaginare: gli Austriaci
cacciati da Milano e da Venezia, la Lombardia ed il Veneto liberati, la guerra
d’indipendenza intrapresa da Carlo Alberto, contingenti d’ogni parte d’Italia
accorsi in aiuto del Re. Garibaldi sa anche che la sua condanna a morte è sta-
ta cancellata da una recente amnistia, onde può tornare liberamente in patria.
Muta allora repentinamente di pensiero; volge la prora verso Nizza e delibe-
ra di offrire i propri servigi a Carlo Alberto. La risoluzione è conforme ai pro-
posti che egli ha già manifestati.
In queste disposizioni di spirito sbarca a Nizza la mattina del 21 giugno.
Ma le condizioni d’Italia son ben diverse da quelle da lui immaginate. Il
neoguelfismo federativo del Gioberti, che, trionfante in principio, aveva
idealmente diretto la rivoluzione, privo dopo l’allocuzione del 29 aprile del
principale suo appoggio, il Papato, precipitava al tramonto. La lega tra i prin-
cipi italiani era fallita, anzi Ferdinando di Borbone, dopo la reazione del 15
maggio, come aveva tradito la costituzione, così aveva tradito la guerra pa-
triottica, richiamando il suo esercito dai campi lombardi. A Milano l’antago-
nismo politico tra la rivoluzione e la monarchia, cominciato nel marzo, subi-
to dopo l’entrata dell’esercito sardo in Lombardia, si era ringagliardito nell’a-

