Page 61 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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impag. Libro garib CISM  19-02-2008  13:12  Pagina 59








                                                LA CAMPAGNA DEL 1848                       59




                         Lo si reputò solamente un audace e coraggioso avventuriero atto ad im-
                      prese spicciole e tumultuarie e così lo definì infatti il Ranalli nelle sue «Isto-
                      rie italiane» pubblicate nel 1851 anche dopo le giornate gloriose di Roma; co-
                      sì il Castellani, deputato alla Costituente romana, in una lettera al Gabussi e
                      perfino il Bixio, il suo futuro più caro luogotenente così scriveva lo stesso an-
                      no, a proposito d’una polemica tra Garibaldi e Pisacane: «Quali sono i fatti
                      che vogliono mostrarci perché adoriamo un genio di convenzione? Siamo al
                      tempo degli idoli? Fatti ci vogliono e non ciarle. Garibaldi può avere delle
                      buone qualità, ma quelle di un generale non certo. Chi ama il proprio paese
                      deve pensarci due volte prima di contribuire ad innalzare certe riputazioni,
                      che la storia non conoscerà che per i mali che ne seguirono».
                         Stando così le cose, deve recar meraviglia la diffidenza del Re e del gover-
                      no piemontese?


                         Dopo l’infruttuosa visita a Carlo Alberto e l’inutile pellegrinaggio a Tori-
                      no, Garibaldi, offeso e disilluso, si conduce il 14 luglio a Milano. A Torino
                      aveva incontrato il Medici adirato per quella che giudicava una defezione di
                      Garibaldi dal partito repubblicano, ma la conciliazione, raccomandata pochi
                      giorni prima al Medici dall’Anzani morente, era avvenuta subito ed entram-
                      bi erano andati a Milano.
                         Quivi il governo provvisorio investe Garibaldi del grado di maggior gene-
                      rale, ma rimane perplesso nell’impiegarlo. All’idea di porlo in luogo del gene-
                      rale Giacomo Durando, le cui milizie, campeggianti ai valichi del Tirolo, ave-
                      vano dato segni manifesti d’indisciplina collettiva, si oppone il vecchio gene-
                      rale Lechi, capo di nome, se non di fatto, delle truppe lombarde, col dire che
                      Garibaldi aveva comandato sino allora corpi piccoli e quelli del Durando era-
                      no tali da non essere facilmente  disciplinabili. Finalmente gli si affida l’ordi-
                      namento dei nuovi corpi volontari in via di formazione, o da formarsi, ma
                      non gli si assegna destinazione definita, né lo si consulta sulle provvidenze
                      militari del momento. Lo si lascia invece ozioso, quasi dimenticato, in un uf-
                      ficio di ordinatore di milizie che mal si confà al suo temperamento dinamico
                      e portato all’azione, e ve lo si lascia proprio in quei giorni in cui la sua pre-
                      senza su di un tratto qualunque del fronte, se non avesse salvato le armi no-
                      stre dalla sconfitta, avrebbe tenuto alto il loro buon nome.
                         Il 25 ed il 26 luglio infatti, l’esercito sardo è rotto a Custoza; il 28 esso si
                      ritira dietro l’Oglio, nei giorni seguenti dietro l’Adda, finché, il 1° agosto,
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