Page 64 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                   taglia che si presume debba avvenire nei dintorni della città. Scrive infatti al-
                   la madre la mattina del 4: «Oggi ritornerò per Milano con 2500 uomini, ove
                   credo si trovi il Re con l’esercito. Io credo che i Tedeschi non andranno più
                   avanti e forse la Provvidenza li ha mandati così avanti per liberarcene. Dio ci
                   proteggerà e ci guiderà alla vittoria.. . bisogna che il popolo non si sgomenti,
                   che non ascolti la voce dei traditori e dei codardi. La causa santa del popolo
                   italiano non può perire». Ed ai suoi, con brevità spartana dice: «Legionari, il
                   cannone tuona; il punto in cui siamo è pericoloso, come in posizione di es-
                   ser tagliati fuori, e poi il giorno di domani ci promette un campo di battaglia
                   degno di voi. Adunque vi chiedo ancora una notte di sacrifico; progrediamo
                   la marcia. Viva l’indipendenza italiana!».
                      Ma quando alle 10, arrivato a Monza, ha notizia della disfatta piemonte-
                   se e della capitolazione, il travaglio lo prende alla gola, tanto più forte quan-
                   to più l’aveva cullato la precedente illusione. «Avevo veduto poco tempo pri-
                   ma l’esercito piemontese sul Mincio, e l’anima mia aveva palpitato d’orgoglio
                   alla vista di quella bella gioventù impaziente di trovare il nemico.. . Oggi si
                   diceva quell’esercito in rotta senza sconfitte, morente di fame, nella pingue
                   Lombardia, col Piemonte e la Liguria alle spalle, e senza munizioni, con To-
                   rino, Milano, Genova intatte ed una nazione intera volenterosa e pronta ad
                   ogni chiesto sacrificio. Eppure ricadeva nel selvaggio l’Italia disfatta a brani! e
                   non apparì la mano capace di raccoglierli e spingerli in fascio contro i nemi-
                   ci ed i traditori! Essi, riuniti e ben guidati, erano bastanti per traditori e ne-
                   mici».
                      Nella mente di Garibaldi, che vede semplice senza l’inceppo di pregiudizi
                   politici, l’accentramento dei poteri nelle mani di un uomo che, disprezzando
                   tutte le divisioni di partito, comandi con sicurezza e con audacia, è indispen-
                   sabile quando un popolo abbia il nemico alle porte e lo sovrastino pericoli in-
                   terni. Così – a ragione od a torto, ma il pensiero non muta - undici anni do-
                   po, nell’autunno del 1859 invocherà la dittatura di Vittorio Emanuele, gri-
                   dandogli che l’Italia, per raggiungere l’unità, non ha bisogno di franchigie co-
                   stituzionali ma di battaglie.
                      Da Monza non si avanza verso Milano per non subire le sorti del vinto;
                   invece, con subitanea decisione, piega su Como, «con l’intenzione di tratte-
                   nersi in quell’alpestre paese, aspettando il risultato degli eventi, e deciso a far
                   la guerra di bande, se altro non si poteva». In tal modo egli vuole  approfit-
                   tare dell’elemento di forza preziosissimo che i monti danno a qualunque ca-
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