Page 65 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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impag. Libro garib CISM  19-02-2008  13:12  Pagina 63








                                                LA CAMPAGNA DEL 1848                       63




                      pitano che debba difendersi da un numero preponderante di nemici e si av-
                      vicina pure alla Svizzera che rappresenta per lui, in quel momento, l’ultimo
                      scampo e l’estremo rifugio. Giunge a Como la mattina del 6 con le forze di
                      molto assottigliate per le continue diserzioni, e qui Mazzini lo abbandona per
                      riparare a Lugano.
                         Da Como, Garibaldi manda appelli disperati ai capi degli altri corpi vo-
                      lontari lombardi - al Durando, al Manara, al Griffini, al D’Apice - che egli ri-
                      tiene non debbano assoggettarsi alla capitolazione dell’esercito sardo. «Avete
                      udito - scrive loro - a quest’ora la capitolazione di Carlo Alberto, l’evacuazione
                      della città di Milano dalle truppe piemontesi e l’altre nuove. Tutto questo non
                      ha a che fare con noi. La guerra italiana contro l’Austria continua finché vi so-
                      no uomini che sanno e vogliono fare. Io sono sempre deciso a fare il mio do-
                      vere. Spero che voi dividerete gli stessi sentimenti e vi esorto quindi ad avvici-
                      narvi alle mie con le vostre forze. L’Italia si farà questa volta veramente da sé».
                         Ma l’appello rimane senza risposta: il Durando, seguito dal Manara, qual-
                      che giorno dopo delibera di ritirarsi in Piemonte; il Griffini, da Brescia, pri-
                      ma vaga senza mèta sui monti del Bergarmasco, poi si incammina verso la
                      Valtellina per rifugiarsi precipitosamente in Svizzera; i volontari del D’Apice,
                      i quali stavano a difesa dello Stelvio, si sbandano.
                         Garibaldi rimane solo, con gente scorata, stanca, mal disposta a dividere
                      le sue sorti. Allora lo assale il dubbio di non essere stato compreso da alcuno,
                      né di essere seguito. «Non mi è valso, per servire il mio paese - scriverà poi al
                      Ricardi - l’umiliarmi a chiunque poteva aprirmene il sentiero; e forza mi è sta-
                      to starmene spettatore indifferente dei rovesci e delle disgrazie del bellicosis-
                      simo nostro esercito» ... «L’Italia una, a cui si è dedito nei suoi giovani anni e
                      di cui ha fatto sventolare il vessillo nel nuovo mondo con onore e non secon-
                      do a nessuno dei vessilli...; quattordici anni di predicazioni, di sciagure e di
                      glorie sotto gli auspici del bel nome italiano... il non essere venuto a stabilire
                      sistema ad erigere più repubbliche che costituzioni, ma a servire il paese ed
                      aiutare a scacciare il Tedesco, l’aver predicato di farci forti contro il nemico
                      comune e represso con tutto il suo potere chiunque volesse procedere in con-
                      trario», tutto ciò non gli è valso per essere creduto ed ispirar la fiducia che
                      egli, anima semplice, crede di meritare. Allora, ripeto, fra lui e l’opera sua si
                      colloca il dubbio angoscioso che provano tutti coloro i quali mirano, per
                      qualsiasi fine, ad una presa diretta sull’umanità e che da questa si sentono ab-
                      bandonati: pericolosa crisi d’animo, superabile soltanto dai pochi cui la Prov-
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