Page 62 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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sempre con gli Austriaci alle reni, Carlo Alberto si risolve di accorrere all’e-
strema difesa di Milano. Qui il governo provvisorio aveva il 27 ceduto il reg-
gimento politico e militare ad un comitato di pubblica difesa e, da questo,
due giorni dopo, Garibaldi ha l’ordine di condursi a Bergamo, intimarvi la
leva in massa, requisire quanto possa tornargli utile; tentar poi la difesa di
Brescia, insieme al Durando ed al Griffìni, il quale già presidia la città con
qualche migliaio di volontari, e se la difesa di essa non sia sostenibile, gettar-
si sui monti e molestare sul fianco ed alle spalle l’avanzata del nemico.
In quei giorni Garibaldi non ha chiara nella mente l’immensità della di-
sfatta piemontese. «Il nostro esercito - scrive all’amico Antonini - pare che ab-
bia sofferto un rovescio che io credo di poca considerazione, nonostante la
mancata di esperienza di molti e la paura di tanti che lo ha ingigantito, come
se tutto fosse perduto... Ho tanta fede nel destino del mio paese che non du-
bito un momento del successo, e non vi è, per rispetto del nostro esercito e
dello spirito nazionale, nulla da temere; ma non vorrei, per Dio, fosse vilipe-
so il nome italiano. Non temo per me, io mi seppellirò certo fra l’ultimo pu-
gno che combatte e non voglio sopravvivere alla vergogna italiana; ma non ho
che una vita e la vita dei fidi e temprati che mi accompagnano. In questo mo-
mento ricevo ordine di marciare su Bergamo con 1.500 uomini; se vi fosse
della gente che desiderasse unirsi a me, procura che ne abbiano i mezzi. In
ogni modo fate non si sgomentino i paesani; non vi è motivo; dobbiamo in-
vece armarci di coraggio e di costanza. Fate poche parole e molti fatti. Evita-
te le riunioni tumultuarie, dite alla gente che, in luogo di gridare, si presenti
con l’arma disponibile e preparata per marciare ovunque». Questa lettera, una
delle prime manifestazioni del pensiero militare di Garibaldi in Italia, rivela
in pura luce l’idealista pieno d’energia che vive per la patria e che non dubi-
ta dei suoi destini. Forse illudendo anche se medesimo sulla portata della di-
sfatta piemontese, tenta rincorare gli spiriti incerti ed inviliti per spingerli al-
l’azione, ma vuole che all’azione accorrano con virilità di propositi e non per
decisione passeggera ed avventata.
Con parole poi sublimi d’eroica semplicità e con la coscienza della propria
forza, lancia il 27 medesimo un proclama «alla gioventù», primo di quella se-
rie di proclami che uno storico francese afferma degni d’esser paragonati a
quelli di Bonaparte: «La guerra ingrossa; i pericoli aumentano. La patria ha
bisogno di voi. Chi vi indirizza queste parole ha combattuto, per onorare co-
me meglio poteva il nome italiano in lidi lontani; è accorso con un pugno di

