Page 60 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                   sibilità di formare corpi volontari accanto a quelli dell’esercito regolare.
                      I due colloqui non ebbero testimoni; Garibaldi li rammenta brevemente
                   con parole amare, ed i giudizi discordi degli storici non offrono sicurezza di
                   rispondere al vero. A questo, forse, si accosta il Guerzoni attribuendo il rifiu-
                   to alla diffidenza del Re, dei generali, dei ministri per le armi popolari, diffi-
                   denza giustificata dalla mala prova di alcuni corpi volontari lombardi, che, ac-
                   costati all’esercito regolare, ne avevan guastata la disciplina per i disordini a
                   cui si erano abbandonati. Ed i capi di quei corpi, poi, avevano assunto col co-
                   mando delle truppe piemontesi un tono tutt’altro che conforme alle tradizio-
                   ni di rigidità regolamentare di quell’esercito; basti il dire che, spesso le loro let-
                   tere, dirette ai generali, cominciavano col motto Viva la Repubblica italiana!
                      Ascrivere dunque a colpa il rifiuto, come qualche storico vorrebbe, signifi-
                   ca dimenticare i tempi e le circostanze in cui avvenne; significa pure non con-
                   siderare le idee, i sentimenti, i modi di vedere e di sentire del Re e dei mini-
                   stri, i quali non avrebbero certo potuto consentire all’ardita iniziativa d’acco-
                   gliere nelle file dell’esercito, sia pure d’un corpo di volontari, un condannato
                   a morte graziato, un sostenitore, sino a pochi mesi prima, di stati repubblica-
                   ni, un uomo infine che, nonostante le sue recenti e ripetute dichiarazioni di
                   lealtà al Re, era stato esaltato, alcuni giorni avanti, pubblicamente da Mazzini.
                      D’altronde i talenti militari di Garibaldi erano conosciuti? Certo la noti-
                   zia che un italiano, a capo di italiani, aveva combattuto e vinto di là dall’o-
                   ceano per l’indipendenza d’un popolo, si era diffusa nel Paese esaltando l’a-
                   nima dei patrioti. Fin dal ‘46, dopo il combattimento di Salto, Mazzini ed al-
                   tri scrittori ne avevano magnificato l’opera su giornali e su periodici; il De
                   Laugier si era accinto a pubblicare i documenti delle operazioni attorno a
                   Montevideo; una sottoscrizione, aperta in Toscana per offrire al condottiero
                   una spada d’onore, aveva raccolto numerosi consensi, ma nonostante tutte
                   queste manifestazioni di entusiasmo, il Governo toscano si era, nell’aprile, ri-
                   cusato d’affidargli il comando dell’esercito; dopo il rifiuto del ministro sardo,
                   il governo provvisorio lombardo, come tra poco diremo, lo accoglierà quasi
                   come un disoccupato a cui si dà per misericordia lavoro, e lo stesso Mazzini,
                   l’anno dopo, durante l’assedio di Roma, lo posporrà al Roselli.
                      Perché queste contraddizioni? Certo il prevalere della politica vi ebbe in-
                   flusso notevole, talvolta decisivo, ma non bisogna neppur dimenticare che, se
                   le virtù guerresche di Garibaldi poterono essere ammirate, pochi credettero
                   alle sue capacità militari.
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