Page 59 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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LA CAMPAGNA DEL 1848 57
Treviso, a Rovigo, a Palmanova; solamente Venezia, protetta dalla sua laguna,
resisteva.
Nei giorni seguenti il suo arrivo a Nizza, Garibaldi non ha l’esatta sensa-
zione di questo tragico stato di cose; le «Memorie» si limitano a registrare sol-
tanto le festose accoglienze fattegli dalla sua città natale.
Ma egli ha completa fiducia nell’esercito piemontese e, per stabilire netta-
mente la sua posizione dinanzi ai partiti, il 25 giugno fa, in pubblico, la sua
professione di fede. Ad un gruppo numeroso di concittadini raccolti per fe-
steggiarlo egli dice: «Voi sapete che non fui mai partigiano dei Re; ma poiché
Carlo Alberto si fece il difensore della causa popolare, io ho creduto dovergli
recare il mio concorso e quello dei miei camerati».
Nonostante questa dichiarazione così recisa, la mazziniana Italia del popo-
lo del 1° luglio annunzia, con parole d’entusiasmo, l’arrivo del condottiero.
Mazzini tenta così di distoglierlo dal proponimento di offrire i suoi servigi a
Carlo Alberto; vorrebbe attrarlo invece nell’esercito lombardo che, nella sua
mente, ritiene libero da vincoli dinastici. Bisogna anche tener conto che il go-
verno provvisorio pochi giorni avanti, il 25 giugno, aveva decretato l’accresci-
mento degli armamenti e la formazione d’un esercito di riserva, onde Mazzini
pensa, con grande speranza, al concorso di Garibaldi per il comando di que-
ste nuove milizie.
Invece Garibaldi, il 2 luglio, al Circolo nazionale di Genova conferma il
concetto espresso a Nizza: «...Noi dobbiamo fare ogni sforzo possibile, perché
gli Austriaci siano presto cacciati dal suolo italiano e non si abbia a sostenere
una guerra di due o tre anni. Ora non possiamo ottenere quest’intento se non
siamo fortemente uniti. Si dia bando ai sistemi politici, non si aprano discus-
sioni sulla forma di governo, non si destino partiti. La grande, l’unica que-
stione del momento è la cacciata dello straniero e la guerra dell’indipenden-
za. Pensiamo a questo solo.. . Io fui repubblicano, ma quando seppi che Carlo
Alberto si era fatto campione d’Italia, io ho giurato di ubbidirlo e seguitare
fedelmente la sua bandiera. In lui solo vidi riposta la speranza della nostra in-
dipendenza; Carlo Alberto sia dunque il nostro capo, il nostro simbolo».
Si presenta infatti, il 7 di luglio, al campo di Roverbella, ma prova il pri-
mo disinganno, perché il sovrano gli risponde con parole vaghe ed indecise e,
per seguire le norme costituzionali, lo manda ai ministri. A Torino, il 14, il
marchese Ricci, ministro dell’interno, oppone alla sua richiesta un rifiuto, col
dire che il Governo non aveva mai considerato, né poteva considerare la pos-

