Page 58 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                   prile con la venuta di Mazzini e più nel maggio, quando era stata proclama-
                   ta la fusione della Lombardia, della Venezia, dei Ducati col Regno di Sarde-
                   gna. Mazzini ed i capi del movimento rivoluzionario avevano protestato col
                   dire che i complotti, i rischi, le vittorie dei milanesi non dovevano concluder-
                   si con la dedizione della Lombardia al Piemonte, privandola così delle liber-
                   tà conquistate con la rivoluzione; i regi avevano risposto che il Piemonte met-
                   tendo a repentaglio uomini, armi, reputazione, denaro, non aveva inteso co-
                   stituire repubbliche. Pensieri e ragionamenti questi troppo stridenti fra loro
                   per essere conciliabili. Non vi era riuscito il governo provvisorio lombardo, il
                   quale, discorde in sé e timoroso d’andare contro lo spirito popolare se avesse
                   dominato la pubblica opinione, contenuta in giusti termini la stampa e fre-
                   nata la piazza, proclive a blandire più che ad imporsi, aveva dimostrato tale
                   contegno ambiguo da far dubitare a Carlo Alberto ed al governo piemontese
                   che Milano avesse subìto la fusione per una necessità del momento, ma che
                   mirasse ad un altro ordine di cose; e nel Parlamento subalpino si era dichia-
                   rato perfino il timore che la futura Assemblea costituente, deputata a discute-
                   re e stabilire le forme nel nuovo Stato, ed a mutare lo statuto albertino in un
                   patto approvato dai rappresentanti del popolo, potesse andar tant’oltre da ro-
                   vesciare i vecchi ordini dello Stato sardo per giungere alla Repubblica.
                      Questo fantasma pauroso della Repubblica aveva fiaccato dal suo nascere,
                   nel Re, nel suo seguito, nel ministero subalpino, ogni energia e risolutezza, ed
                   aveva impedito il determinarsi di quella cordiale reciproca fiducia, di quella
                   armonia di sforzi che erano, in quei momenti, indispensabili per aver ragio-
                   ne del nemico. Nei Lombardi, poi, era penetrato il convincimento pericolo-
                   so che l’esercito sardo dovesse bastare a vincere i Tedeschi, già da loro fugati,
                   e che quindi non fosse bisognevole di soccorsi, perciò se ne censurava l’iner-
                   zia e lo si spronava ad agire.
                      Invece l’esercito sardo, dopo le fortune del 30 maggio a Goito ed a Pe-
                   schiera, per insufficienza ed incertezza dei capi disteso su larghissima fronte
                   da Rivoli al Po, al fine di tenere la linea del Mincio e proteggere la Lombar-
                   dia, estenuato dal lungo campeggiare, stremato dalle malattie e dalla fame, si
                   trovava in condizioni difficili, forse già disperate, non solo per lo scarsissimo
                   aiuto recatogli dai Lombardi, ma anche per la defezione degli altri contingen-
                   ti italiani che, inferiori al bisogno ed all’attesa, si erano in parte già ritirati ed
                   in parte erano già stati debellati dal nemico. Vicenza infatti era caduta la not-
                   te del 10 giugno, ed egual sorte era toccata qualche giorno dopo a Padova, a
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