Page 66 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                   videnza concede la fierezza indomabile che vince lo sbigottimento dell’ora e
                   lancia ai grandi destini. Garibaldi è fra questi eletti.
                      La mattina del 7, a San Fermo, arringa i suoi, ridotti a men che 1500 uo-
                   mini, e dichiara viltà deporre le armi dinanzi al nemico, annunzia ancora il
                   fermo proposito di continuare la guerra, li invita a seguirlo ma non nascon-
                   de che dovranno affrontare pericoli, pene, privazioni, la morte anche, senza
                   ottenere ricompense. Poi prosegue il cammino e, per Varese e Sesto Calende,
                   entra il 10 a Castelletto Ticino, in terra piemontese. Lo segue da presso uno
                   squadrone di cavalleria austriaca, il cui comandante gli comunica la sospen-
                   sione d’armi. Garibaldi la fa per il momento rispettare, ma non ha affatto l’in-
                   tenzione di acconciarvisi.
                      L’ 11 agosto infatti, quando gli vien la nuova dell’armistizio Salasco e ne
                   conosce i termini, il suo sdegno prorompe pieno «per le degradanti condizio-
                   ni del patto.. . Si suggellava il servaggio della povera Lombardia, e noi che era-
                   vamo venuti per difenderla, acclamati campioni di quel popolo infelice, nem-
                   meno sguainammo la nostra sciabola per essa! Vi era da morir di vergogna!».
                   Lancia quindi quel famoso proclama agli Italiani che, per la virulenza del lin-
                   guaggio e per l’ingiustizia, con la quale inveisce contro Carlo Alberto, fu cre-
                   duto, dal governo piemontese, opera di Mazzini.
                      Invece è la genuina espressione del suo stato d’animo. I rovesci dell’eserci-
                   to sardo lo avevano sorpreso ed afflitto, ma non sfiduciato; anzi pareva che
                   gliene fosse nata in cuore una speranza, una certezza più viva, quella d’una ri-
                   scossa pronta e travolgente. Ora che l’armistizio è firmato, Garibaldi né può,
                   né sa intendere le vere cause politiche e militari e, nell’amarezza e nello sde-
                   gno della delusione improvvisa, accoglie naturalmente e fa sue le voci d’in-
                   ganni, di viltà, di tradimenti con cui le moltitudini sogliono spiegare e vitu-
                   perare i rovesci impreveduti e dannosi e, trascinato dal suo temperamento,
                   scaglia pubblicamente, senza ponderarle, le accuse contro il Re.
                      Ma, attraverso questi errori nella valutazione degli uomini e delle cose - er-
                   rori contingenti - il proclama rivela le forze fondamentali della sua natura: il
                   coraggio anzitutto che lo conduce ad affrontare una impresa che a taluno ap-
                   pariva pazzia, poi la fiducia in sé, la volontà possente pronta a sollevarsi con-
                   tro tutte le forze che le si opporranno siano uomini, siano avvenimenti.
                      E per prima cosa egli dichiara il diritto, in nome del popolo di continuare la
                   guerra. «Eletto in Milano dal popolo e dai suoi rappresentanti a duce d’uo-
                   mini, la cui mèta non è altro che l’indipendenza italiana, io non posso con-
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