Page 68 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                   quella guerra di bande che, a difetto di esercito organizzato, potrebbe prelude-
                   re all’emancipazione della patria, promuovendo l’armamento della Nazione,
                   quando questa avesse veramente l’intima e risoluta volontà di redimersi?».
                      Forse nella sua mente turbinano tutte queste idee, tutte queste speranze,
                   ma quella che domina il suo spirito è l’idea, religiosamente concepita, della
                   guerra combattuta da tutti gli Italiani in massa finché stranieri accampino
                   sulle loro terre.
                      Certo è che egli comincia ora una partita pericolosa nella quale la posta è
                   la sua vita medesima. Perché l’Austriaco, cogliendolo, non gli perdonerà e lo
                   farà finire sul capestro o dinanzi ad un plotone d’esecuzione. Onde è natura-
                   le che in queste condizioni d’animo disperate disobbedisca al governo del re
                   che, a mezzo del duca di Genova, il giorno 16, gli manda l’ordine di rispet-
                   tar l’armistizio e ritornare in Piemonte. Risponde: che «lui e i suoi compagni
                   non possono consentire alla pace col nemico della patria e che sono disposti
                   a continuare la guerra contro il nemico comune in Lombardia e dovunque sia
                   più conveniente». E comincia infatti la sua guerra che finirà a Morazzone la
                   sera del 26 agosto.
                      Compilarne una cronaca esatta è impossibile; lo stesso Garibaldi ricorda
                   quei giorni nel loro insieme confuso e tumultuario; anzi il ricordo è così po-
                   co preciso da far apparire quell’insieme anche più confuso e tumultuario di
                   quanto non sia mai stato in realtà.
                      Diciamo subito che, dalla Svizzera, non giunsero a Garibaldi quegli aiuti
                   che Mazzini aveva promesso, o furono assai scarsi; continuarono invece le di-
                   serzioni cominciate a Como «fomentate da coloro stessi che, da Lugano, ci
                   avevano promesso soccorsi e gente! Di là speravo accorressero i giovani emi-
                   grati ad incontrarsi con noi e che ci venissero somministrati dei mezzi da chi
                   poteva; non solo nessuno si muoveva ad ingrossare la piccola nostra colonna,
                   ma di là stesso ci giungevano voci d’altre imprese preparate nel quartier gene-
                   rale di Mazzini, che cagionavano la diserzione fra i nostri militi...».
                      L’unico aiuto veramente prezioso mandato da Mazzini fu il Daverio, il
                   quale raggiunse a Castelletto Garibaldi; e questi ne parla con ammirazione e
                   riconoscenza. «In quei movimenti che certamente richiedevano non poca
                   pratica del paese, mi valeva immensamente il nostro Daverio, come un altro
                   Anzani; nativo di quelle contrade, amato generosamente da tutte le classi, con
                   un’anima imperturbabile e valorosissimo, egli qualunque cosa trovava facile
                   ed agevolava. Anche nel fisico somigliava a quell’incomparabile mio fratello
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