Page 67 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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LA CAMPAGNA DEL 1848 65
formarmi alle umilianti convenzioni ratificate dal Re di Sardegna con lo stra-
niero aborrito, dominatore del mio paese».
Idea semplice. Deriva dalla concezione rivoluzionaria della nuova guerra
che egli sta per intraprendere. Il popolo lombardo che si è liberato con le so-
le sue forze dalla dominazione straniera, subisce ora una pace vergognosa che
non può aver accettato perché i suoi rappresentanti non l’hanno sottoscritta.
Egli, Garibaldi, non legato da nessun vincolo all’esercito sardo, comandante
di uno di quei corpi di volontari costituiti dal governo lombardo, le sorti dei
quali non sono state definite dall’armistizio, si ritiene ancora soldato e man-
datario di quel governo, scomparso di fatto per le disgraziate vicende della
guerra, ma non sconfessato dalla volontà del popolo; quindi ha ancora una
missione da compiere, un comandamento da eseguire, una consegna da assol-
vere: combattere, combattere fino allo stremo. Non può flettersi. Ad altri, o
per diversità di vedute militari o politiche, o per rassegnazione, o per oppor-
tunità, o per leggerezza di mente e di carattere, o infine per viltà, è venuto
meno il cuore; a lui il cuore non verrà meno.
La guerra nuova, la sua guerra sarà il ricominciamento delle cinque gior-
nate gloriose. Allora «un impeto solo di combattimento gagliardo, un pen-
siero unanime ci valse la santa virile indipendenza che gustammo ... Ora il
popolo ha concepito la sovrana sua potenza, la provò e vuole conservarla a
prezzo della vita; ed io ed i mei compagni, che ne ebbimo fiducioso manda-
to, che accogliemmo qual dono il più prezioso che potesse a noi largire il su-
premo, noi vogliamo corrispondergli (al popolo) come ne aspetta.. ». E’ il suo
credo, il credo del redentore, immune da qualsiasi ambizione od egoismo o se-
condo fine politico; un credo che trascende il pensiero rivoluzionario e lo tra-
sforma in vita della coscienza e luce dell’azione.
Qual fine si prefigge?
Una semplice protesta armata contro l’armistizio Salasco, protesta la quale,
per ripetere Guerzoni, anche abbandonata a se stessa resta sempre l’audace sfi-
da d’un eroe e la disperata rivolta di un patriota, di cui soltanto l’eroe ed i po-
chi suoi seguaci avrebbero sopportato le conseguenze? Oppure spera che l’in-
dignazione suscitata dall’armistizio trascini il Piemonte ad una ripresa d’armi?
O che il suo atto temerario possa essere considerato dall’Austria una provoca-
zione e conduca subito alla riapertura delle ostilità? In questi casi la sua azio-
ne guerresca sarà di prezioso aiuto per le truppe regolari. O, finalmente, lo
spinge davvero «la speranza nutrita da tanti anni di portare i concittadini a

