Page 278 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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                     sistano nell’avere la inimicizia di qualche alto papavero, capace di mettere sossopra tutti gli uffici
                     militari e civili, e per poco non diremmo la Corte stessa, pur di ottenere il sacrificio del temuto e
                     detestato avversario (…) Noi sappiamo che l’allontanamento di don Davide Albertario da Milano
                     è il sogno di una cricca vagheggiato da anni che non si contano; d’una cricca che non appoggia né
                     l’ingegno, né la robustezza, né la costanza, né la grandiosità di certe lotte .” 94
                  Le energie del di Revel erano tutte rivolte a mettere fuori gioco definitivamente l’organizzazione
               intransigente che si era compromessa in modo così palese con i disordini di maggio. Insomma si muo-
               veva con finalità politiche ben precise e non semplicemente sulla spinta di reazioni emotive di fronte ai
               drammatici disordini degli ultimi giorni. La sua posizione era emersa chiara: a Milano si era ordito un
               vero e proprio attentato alle istituzioni, le motivazioni economiche potevano giustificare nel resto d’Ita-
               lia i disordini, ma non nella città più ricca del Regno. Il complotto era stato certamente messo in atto dai
               partiti estremi, ma la maggiore responsabilità morale ricadeva su quanti si riconoscevano nelle posizioni
               dell’osservatore Cattolico: erano costoro gli avversari da colpire per primi, perché
                     “l’astensione amplificata dal Non expedit è ben più dolorosa e pericolosa [dei partiti estremi] pel
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                     paese perché annienta i difensori della pace e dell’ordine. ”
                  Con queste convinzioni si era mosso nella crisi milanese e fu prodigo di “consigli” al Commissario
               Straordinario anche riguardo all’istruzione del processo al suo storico nemico Davide Albertario:
                     “Pell’ istruttoria contro Albertario sarebbe utilissimo procacciarsi i due ultimi numeri dell’Osserva-
                     tore, in cui vi furono articoli contro il sabaudismo. Solo la questura potrebbe trovarli, perché si ten-



               94  Gabriele De Rosa, Giuseppe Sacchetti e la pietà veneta, cit. p. 135n. Albertario era evidentemente bene informato quando affermava
                   che contro di lui erano stati interessati anche gli ambienti di Corte. Domenico Farini riferiva di una lettera scritta dal generale di Revel
                   a Ponzio Vaglia, Primo Aiutante di Campo del re e ministro della Real Casa, destinata a essere presentata a Umberto I in cui si dava
                   «la maggior colpa della sedizione al clero giovanile lombardo capitanato dal cardinale C.A. Ferrari, arcivescovo di Milano». Cfr. Do-
                   menico Farini, Diario, cit., p. 1298.  In effetti l’azione del di Revel in questi frangenti si dispiegò a largo raggio, come gli suggeriva la
                   sua lunga esperienza diplomatica. Lui stesso, nella corrispondenza con Bonomelli e con Bava Beccaris, confermava il suo intervento
                   presso il ministro della Real Casa, Emilio Ponzio Vaglia, anche se dalle sue parole sembrerebbe che il tema affrontato riguardasse più
                   la situazione generale del Regno e le linee strategiche da tracciare piuttosto che il clero lombardo. In realtà non poteva che essere così,
                   dal momento che la lettera era destinata ad essere letta dal sovrano in persona, cui rivolgeva l’invito ad assumere la piena responsabi-
                   lità della guida del paese, mettendo temporaneamente da parte le prerogative che lo Statuto Albertino assegnava al Parlamento, come
                   aveva fatto nel 1849 Vittorio Emanuele II con il Proclama di Moncalieri. Genova insomma ebbe un ruolo attivo in tutta la questione
                   successiva ai moti del maggio: la sua conoscenza del generale Bava, la sua autorevolezza sia presso la Curia, sia presso la Corte e
                   presso le autorità militari, lo posero in una condizione particolare, in cui ebbe modo di far valere le sue capacità di relazione e di per-
                   suasione.
               95  BAM, archivio Bonomelli, cit., busta 16, lett. 149, Milano 7 giugno 1898.
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