Page 280 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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                   Il conte di Revel seguì quindi con particolare partecipazione i processi istruiti dai Tribunali militari,
               preoccupato, come confidava a Bonomelli, dal cerchio di complicità che si era creato attorno a Davide Al-
               bertario, testimoniato dalle deposizioni favorevoli degli esponenti più in vista degli intransigenti milanesi:
                     “Mons.re Mantegazza che, dopo aver giurato dire non che la verità, osa dichiarare di non aver mai
                     avuto da muovere seri rimproveri a Davide. E la sospensione a divinis che egli l’inflisse anni or
                     sono? E Cornaggia che afferma Davide non combatte pel temporale perché non ne crede possibile il
                     ritorno! Insomma giurano il falso per sostenere l’emissario temporalista. “ 100
                  Le condanne inflitte dai giudici agli imputati dei disordini e i tre anni di carcerazione per l’Albertario
               lo rassicurarono solo momentaneamente sulla saldezza delle istituzioni.  Tuttavia il problema di fondo, il
               Non expedit, che rappresentava il vero male per la nazione non era ancora stato risolto ed era quello che
               causava l’estraneità e il disorientamento della parte migliore del paese. Al di sopra di tutti gli intrighi e
               di tutte le cospirazioni, l’esercito, per lui il riferimento più importante, ancora una volta aveva assolto il
               proprio compito con la fermezza e la capacità richieste. E il nuovo presidente del Consiglio, Pelloux, che
               proprio da quel mondo proveniva, apriva un barlume di speranza:
                     “Il Militare rispose egregiamente alla missione assegnatagli sia nel modo di reprimere l’insurrezio-
                     ne, sia nel giudicare gli imputati nei tribunali. Tutti rendono lode al modo energico ma moderato,
                     col quale egli agì. Ed i giudici condannando i colpevoli non eccedettero. (…) Il male è che la mag-
                     gioranza degli Italiani osserva gli eventi del paese come se fosse al teatro e si occupasse di cose
                     estere. E come al teatro, si cerca più lo scurrile che l’onesto. Nel dubbio si astengono, e qui sta il
                     gran danno dell’immorale astensione (…) Pelloux non fa male, non è un grand’uomo, ma educato
                     alla scuola di artiglieria, non mancherà al suo dovere. “ 101
                  Non lo lasciavano tranquillo invece le prese di posizione degli ecclesiastici, in particolare lombardi, a
               favore di Davide Albertario. La partita non era vinta, temeva che il vessillo dell’intransigentismo potesse
               essere raccolto e da lì potesse nascere un contrattacco che avrebbe sospinto l’Italia sull’orlo dell’abisso.
               Così tornava a sollecitare il suo amico Bava Beccaris perché si vigilasse su quanto stava accadendo:
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                     “Guai se D. Albertario amnistiato ed appoggiato così evidentemente dal papa rientrasse in scena!”
                  Il segnale per la riscossa degli intransigenti sembrò effettivamente giungere dalla più alta autorità
               della Chiesa: Leone XIII pubblicò il 5 agosto la lettera enciclica Spesse volte. Agli Italiani, sulla sop-
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               pressione di Associazioni cattoliche.   La reazione del conte non si fece attendere: espresse a Bonomelli
               la propria preoccupazione:

               100 BAM, Archivio Bonomelli, cart.16, lett. 160, Milano 20 giugno 1898.
               101 BAM, Archivio Bonomelli, cart.16, lett. 185, Lentate sul Seveso 25 luglio 1898. Revel testimoniava dello scoramento che sembrava
                   aver preso la nazione, individuandone la causa principale, secondo la sua sensibilità, nel conflitto tra Stato e Santa Sede. Con paro-
                   le diverse, ma interpretando la stessa preoccupazione, Giustino Fortunato, in un discorso pronunciato a Potenza il 20 settembre di
                   quell’anno, in memoria dei martiri della patria, esprimeva i medesimi sentimenti: «L’Italia, dopo i sanguinosi moti dello scorso maggio
                   (…) è profondamente malata; temo anzi non ci sia oggi uno stato d’Europa, presso del quale il dubbio tormentoso intorno alla propria
                   consistenza sia più largo e diffuso. Una grande diffidenza è negli animi, una grande apprensione negli spiriti; a molti, a troppi non pare
                   più possibile che la libertà basti a dirigere la nave della patria, come a gonfiarne il vento; lento, invadente è penetrato in tutti e su tutto
                   un senso di stanchezza, un languore, uno sconforto senza nome, che è peggiore di tutti i mali». Cfr. Giustino Fortunato Il Mezzogiorno
                   e lo stato italiano, Vallecchi, Firenze, 1926, II vol. p. 93. Il discorso è citato anche in Giovanni Spadolini, l’opposizione cattolica da
                   Porta Pia al ’98, Vallecchi, Firenze, 1961, p. 480 n.
               102 MRM, Archivio Bava Beccaris, busta 8, fasc.5, 6 (5/1) Lentate sul Seveso, 25 luglio 1898.
               103 Questo l’incipit dell’enciclica: «Spesse volte, nel corso del Nostro Pontificato, mossi dalle sacre ragioni dell’Apostolico ministero,
                   dovemmo levar lamento e protesta in occasione di atti compiuti, a detrimento della Chiesa e della religione, da coloro che, per vicenda
                   di ben noti rivolgimenti, reggono la cosa pubblica in Italia. Ci duole doverlo fare di nuovo sopra un argomento gravissimo e che Ci
                   riempie l’animo di profonda tristezza. Noi intendiamo parlare della soppressione di tante istituzioni cattoliche, decretata, non ha guari,
                   in varie parti della Penisola. Questa disposizione immeritata ed ingiusta ha sollevato la riprovazione di ogni anima onesta, ed in essa
                   vediamo, con sommo Nostro rammarico, compendiarsi e rincrudire le offese sofferte negli anni trascorsi». Cfr. il sito http://www.
                   vatcan.va/holy_father/leo_xiii/encyclicals.
                                                                                        capitolo decimo
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