Page 207 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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CAPITOLO SECONDO



           i servizi segreti militari giapponesi operanti in Spagna e garantito ulteriori informazioni dello stesso genere nel
           futuro, in un clima di ‘cooperazione’… molto probabilmente il militare italiano apparteneva al SIM.
           Gli incontri tra l’americano e l’italiano continuarono, apparentemente intensi e fruttuosi, nella seconda de-
           cade di giugno 1943. Dai numerosi rapporti che furono inviati al Dipartimento di Stato sulla base di quegli
           ‘scambi di vedute’, emerge, agli occhi dei decisori americani, il quadro generale di una popolazione italiana
           ormai conscia della perdita della guerra, di una classe militare divisa tra la fedeltà all’Italia, Monarchia inclusa
           e la consapevolezza che ormai i giochi erano stati fatti e finiti, in attesa di uno sbarco ‘nemico’ in Sardegna
           e sulle coste vicino a Roma, ritenendo allora ancora improbabile uno sbarco in Sicilia, anche se ipotizzato.
           L‘ufficiale italiano aveva posto l’accento sulla necessità di un movimento di liberazione preferibilmente
           sotto la leadership di un militare, indicando nel Maresciallo Messe, una figura capace di assumere questa
           responsabilità. Si era anche offerto come mediatore per far sì che Messe accettasse: era stato a lungo ai suoi
           ordini e lo conosceva bene. Al momento in cui Messe riprese le redini delle operazioni militari in Italia, dopo
           l’armistizio, nel novembre 1943, la sua fama, come persona di spessore, era già conosciuta negli Stati Uniti.
           L’altro possibile leader ideale, sosteneva l’interlocutore, poteva essere Badoglio, ma era chiaro che costui era
           stato sempre fedele alla Monarchia e quindi avrebbe potuto pretendere che il Re rimanesse sul trono, anche
           se risultava, riservatamente, che il Maresciallo non sempre era d’accordo con i comportamenti del Monarca,
           specialmente nell’ultimo periodo: era però diffusa la consapevolezza che l’Istituzione monarchica iniziava a
           non essere molto popolare in Italia e da molti aspramente criticata.
           Queste affermazioni di carattere generale erano confermate da una serie di altri dispacci tra i quali uno,
           in particolare, datato 16 luglio, quindi proprio alla vigilia dello storico cambiamento di governo. La fonte
           era, questa volta, assolutamente diversa: le informazioni provenivano dal Nunzio Apostolico a Madrid. Gli
           americani ritenevano che l’unica autorità saldamente stabilita in Italia fosse quella del Papa e tenevano molto
           ai rapporti con il Vaticano e con i suoi rappresentanti . Infatti, durante le trattative per l’armistizio, alcuni
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           messaggi furono veicolati attraverso la Santa Sede, intermediario molto gradito alle autorità statunitensi, un
           po’ meno ai britannici ma sempre considerato molto affidabile.
           Appena rientrato dal Vaticano, il prelato aveva incontrato l’ambasciatore americano presso il governo di
           Francisco Franco, al quale aveva confidato che il popolo italiano era sì desideroso di terminare la ‘vicenda’
           fascista ma che non si sarebbe sollevato contro il Duce fin quando gli angloamericani non avessero occu-
           pato gran parte della penisola, perché la popolazione italiana era ‘intimorita’ da circa 25 anni di fascismo
           (cowed by 25 years of  Fascism) e la Germania controllava sempre più duramente il territorio e la politica italiana,
           avendo già tolto autonomia decisionale e soprattutto fiducia all’alleato: in effetti all’incontro di Feltre del 19
           luglio 1943 Hitler non aveva voluto dare ascolto alle richieste pressanti di Mussolini che già gli prospettava
           la necessità per l’Italia di una resa agli angloamericani.
           Questa analisi corrispondeva alla convinzione diffusa all’estero che ormai il fascismo conteneva in sé i germi
           della sua stessa distruzione, mentre nella classe militare vi erano le potenzialità, insieme ai civili, di una seria
           ricostruzione del Paese. In effetti, la sollevazione pubblica del popolo contro il Fascismo avvenne solamente
           quando si seppe che Mussolini aveva dato le dimissioni accettate dal Re e che il nuovo Capo del Governo
           era il Maresciallo Badoglio, a lungo monitorato dagli angloamericani come il militare di più alto grado, che
           poteva concretamente sostituire Mussolini alla guida del governo italiano, anche se di età avanzata. Ufficial-
           mente lo scioglimento del Partito Fascista fu annunciato il mercoledì pomeriggio, 28 luglio 1943, insieme a
           quello della soppressione del Tribunale Speciale e del Gran Consiglio, ma il popolo italiano lo ritenne ormai
           dissolto lo stesso 25 luglio, nel pomeriggio, attaccando gli uffici del Partito e distruggendo emblemi e statue.
           I documentari dell’Istituto Luce ne sono ancora una prova visiva di grande valore storico e documentale.
           Il Nunzio Apostolico, nel colloquio con l’ambasciatore americano, aveva anche rilevato la circostanza che,
           durante gli ultimi otto mesi di conflitto, era aumentata molto l’ostilità contro il Re e il Principe di Piemonte,
           ormai ritenuti colpevoli, quasi più di Mussolini, di aver trascinato l’Italia in una situazione così grave: interes-
           santi i continui riferimenti al Principe Umberto (il quale in realtà, non aveva avuto molta, se non nulla voce
           in capitolo nella gestione politica italiana), e che furono recepiti nelle prime analisi politiche angloamericane,
           dopo la caduta del regime.


           52   NAUK, FO, 354/13, 10 settembre 1943.

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