Page 265 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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CAPITOLO SECONDO
Al primo punto (A), si conveniva che quelle navi [militari e mercantili], che potevano essere impiegate per
assistere attivamente (actively) lo sforzo alleato, sarebbero state mantenute in servizio e utilizzate agli ordini
del Comandante in capo del Mediterraneo, come poteva essere concordato tra il Comandante in Capo Al-
leato e il Governo italiano.
Il secondo punto (B) indicava che il naviglio, non impiegabile secondo il punto precedente, sarebbe stato
comunque mantenuto in efficienza e alla fonda in porti designati, prevedendo altresì eventuali misure di
disarmo se si fossero rese necessarie. Su questo punto De Courten volle mettere in rilievo che, per ragioni
etiche, era meglio non parlare di misure di disarmo ma di misure di sicurezza.
Il terzo (C), indicava che il Governo italiano avrebbe dato la lista dei nomi e dei luoghi dove si trovavano
quelle navi da guerra e quel naviglio mercantile in suo possesso, che era precedentemente appartenuto a
un membro delle Nazioni Unite. Queste navi dovevano essere restituite, come indicato dal Comandante in
Capo Alleato. Questa restituzione, peraltro, non avrebbe pregiudicato i negoziati tra i governi per l’eventuale
ristoro finanziario del naviglio delle Nazioni Unite, perduto per causa italiana. De Courten sempre molto
attento, fece notare che, per quanto riguardava il rimpiazzo del naviglio perduto dalle Nazioni Alleate a
causa degli italiani, tale richiesta poteva apparire contrastante con il principio informatore dell’accordo che
stavano cercando di concludere sulla base di una collaborazione attiva. Gli inglesi non si sbilanciarono e dissero
che ritenevano quella fosse una affermazione di principio ma non erano in grado di assicurarlo al momento.
I negoziati conclusivi sarebbero stati tenuti tra i Governi.
Il punto seguente (D) era chiaro nella sua durezza in quanto disponeva che il Comandante in Capo Navale
Alleato, cioè lo stesso Cunningham, avrebbe agito in rappresentanza del Comandante Supremo alleato, in
tutto quello che concerneva l’impiego della Flotta italiana o della marina mercantile, il loro uso e tutte le pro-
blematiche relative e al punto seguente (E) doveva essere chiaramente compreso dagli italiani che la misura
in cui i termini dell’armistizio potevano essere modificati, per consentire gli accordi sopra delineati e che
sarebbero seguiti, sarebbero dipesi dall’ampiezza e dall’efficacia della cooperazione italiana. Era questa la
frase di risposta, sempre ricorrente a richieste alle quali non si voleva rispondere in modo chiaro e definitivo.
Nel memorandum, l’articolo 2, che seguiva, riguardava i metodi operativi: sarebbe stato messo a dispo-
sizione di De Courten un alto ufficiale di Marina, l’ammiraglio inglese Power, con una equipe di collabo-
ratori, responsabile verso lo stesso Cunningham per tutte le problematiche che riguardavano l’operatività
della Flotta italiana e della marina mercantile. Questo ufficiale di collegamento (Flag officer Liaison) era il
tramite per mezzo del quale il Ministro italiano sarebbe stato informato delle richieste del Comandante
in Capo del Mediterraneo.
Il terzo articolo stabiliva in dettaglio la disposizione e l’eventuale impiego della Flotta italiana: corazzate, in-
crociatori, cacciatorpediniere e torpediniere posamine, naviglio minore. Per quanto riguardava i sottomarini,
questi dovevano rimanere fermi nei porti che sarebbero stati indicati ma avrebbero potuto essere rimessi in
servizio, se ne fosse stato richiesto l’utilizzo per assistere lo sforzo militare alleato.
Una parte interessante e ‘incoraggiante’, per la stessa dignità della Regia Marina, riguardava lo status della
Flotta (art.4), perché con questa modifica dei termini di armistizio, tutte le navi avrebbero continuato a
battere bandiera italiana. Una parte della Flotta, dunque, sarebbe rimasta attiva, operando con proprie navi
e combattendo a fianco delle forze delle Nazioni Unite contro i Poteri dell’Asse, come continuava ad essere
indicata la Germania (in effetti, il Giappone era ancora in guerra). Erano previsti numerosi ufficiali di colle-
gamento per facilitare il lavoro delle navi italiane in cooperazione con le Forze Alleate.
Una ristretta missione di collegamento sarebbe stata costituita anche presso il quartier generale di Cunnin-
gham per gestire le problematiche relative alla flotta italiana. Seguivano poi le disposizioni per la Marina
Mercantile che doveva operare alle stesse condizioni di quella delle Nazioni Alleate, cioè sarebbero state
messe in comune con l’altro naviglio mercantile dei vari membri delle Nazioni Unite e impiegato, quando
necessario, a beneficio delle stesse. Il sistema sarebbe stato analogo a quello usato nell’Africa del Nord dove
il Nord Africa Shipping Board controllava le navi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e della Francia, che
avrebbe dovuto essere opportunamente rivisto nel dettaglio per quanto riguardava il mercantile italiano.
Mentre era da aspettarsi che una buona parte delle navi italiane avrebbero operato nel Mediterraneo, da e
verso porti italiani, come previsto dagli accordi stipulati, sarebbe stato però apprezzato dagli Alleati, qualora
le navi italiane avessero accettato di essere usate anche altrove, così come accadeva per le altre navi mer-
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