Page 347 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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CAPITOLO TERZO



           Gazzera, peraltro, era tornato in Italia con l’unico schema di accordo che aveva ricevuto l’approvazione di
           massima degli ufficiali nordamericani e che doveva essere tradotto in un progetto definito di accordo, da
           sottoporsi all’approvazione del governo italiano e di quello britannico, allo scopo di trovare analoga solu-
           zione per quei prigionieri detenuti negli Stati Uniti come per quelli che erano detenuti sotto il controllo del
           Commonwealth britannico.
           Il progetto era stato anche comunicato direttamente alla Commissione di Controllo, al suo capo William
           (Bill) Donovan, con una lettera di Badoglio al generale Joyce fin dal 5 gennaio precedente, insieme alla pre-
           ghiera di sospendere qualsiasi tipo di eventuale possibile accordo, discusso in India dal generale Piacentini.
           Il Regio Governo, tra l’altro, proponeva di istituire una snella commissione mista italiana, nordamericana e
           inglese, per arrivare a una discussione sollecita e a una decisione amichevole.
           Intanto, però, mentre avvenivano questi scambi di lettere, il Dipartimento della Difesa americano aveva
           approvato, il 12 febbraio 1944, senza intendersi col governo italiano, un piano che costituiva le Italian Service
           Units (ISU), ovvero unità di impiego da utilizzare per lavoro connesso con lo sforzo bellico, negli Stati Uniti
           e nei paesi liberati del Mediterraneo, Italia inclusa. Per sintetizzare, in attesa di poter provvedere all’integrale
           trasferimento dei prigionieri in patria, e cambiato lo status dell’Italia da nemico a cobelligerante, non si po-
           teva pensare al loro utilizzo solo come forza lavoro: questa era la posizione italiana.
           Furono lunghe e inconcludenti, a discapito di chi viveva in prigionia, le trattative tra l’Italia e gli Alleati per-
           ché l’Italia, da parte sua, non voleva concedere l’utilizzo dei propri concittadini come forza lavoro, senza
           chiarire prima quale fosse la loro condizione, non solo dopo l’armistizio ma anche successivamente, con
           riguardo alla dichiarazione di guerra fatta dall’Italia al governo di Berlino, in modo che non avessero più lo
           status di prigionieri di guerra.
           Anche in questo caso vi furono delle divergenze tra i britannici e gli americani, che erano più propensi a
           concedere uno status particolare a questi prigionieri di guerra, considerata comunque la ‘fine delle ostilità’ tra
           l’Italia e gli Alleati. Alla fine vi fu un accordo non scritto perché Badoglio fece comprendere alla Commissio-
           ne Alleata di Controllo che qualora gli italiani ex prigionieri di guerra fossero stati utilizzati per un sostegno
           bellico, questo non sarebbe stato contestato dal governo italiano. Aveva vinto la linea di Churchill che non
           aveva insistito per un accordo scritto ma per quello che poteva essere un accordo fra gentiluomini con uno
           sviluppo di buoni rapporti, per quanto possibile.
           Quello che risulta molto chiaro dalla lettura sia dei documenti diplomatici italiani sia di quelli americani, è quanto
           fosse difficile il dialogo fra il governo di Badoglio e gli angloamericani per questo problema. Potrebbe sembrare
           strano che una volta firmato un armistizio, fatta una dichiarazione di guerra al nemico, alla Germania che era
           diventato ormai un comune nemico, non ci fosse la possibilità di avere un migliore atteggiamento generale da
           parte dell’alleato angloamericano. E non poteva capirlo Badoglio né il Capo di Stato Maggiore Generale che non
           riuscivano a comprendere il rifiuto continuo da parte degli Alleati per una collaborazione sul campo di battaglia
           ben delineata e organizzata, e a ritenere gli italiani degli alleati e non solo dei cobelligeranti. La spiegazione di
           questo atteggiamento rigido angloamericano è nei documenti dei due anni precedenti sia inglesi sia americani
           sia sovietici, nei quali è forte anche l’impostazione di quella che avrebbe dovuto essere la posizione dell’Italia
           stabilita dalle Nazioni Unite, una volta arrivati alla pace, cioè di partecipare ai negoziati da nazione cobelligerante
           ma sempre tra ‘i vinti’: tutto questo, in ultima istanza, a spese dei prigionieri italiani in quel momento.
           Ci vorrà molto tempo per il rientro in patria dei prigionieri di guerra. La questione si era ormai arenata su
           un immobilismo che purtroppo tornava molto utile agli Alleati, il più delle volte, utilizzando forza lavoro a
           stipendi irrisori. Infatti i collaboranti militari erano pagati molto meno della manodopera locale.


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           Ancora durante la guerra, pur non risolto il problema dell’utilizzo dei prigionieri, via via che il territorio
           italiano veniva liberato dalle forze occupanti, sia subito dopo la fine del conflitto, il governo si occupò di
           organizzare la non facile questione dei reduci, con vari provvedimenti legislativi.
           Il 25 novembre 1944 l’Ufficio Operazioni dello Stato Maggiore Generale dava questa situazione dei militari
           italiani che erano detenuti in America, Inghilterra, Francia quali prigionieri di guerra e impiegati in lavori,
           secondo le ultime segnalazioni che erano giunte dall’Alto Commissariato per i prigionieri di guerra.


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