Page 351 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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CAPITOLO TERZO



                                                               nelle isole britanniche. Nella stessa Gran Breta-
                                                               gna, prostrata dai bombardamenti tedeschi, se alla
                                                               data dell’armistizio si contavano circa 75.000 pri-
                                                               gionieri, alla fine delle ostilità, il loro numero era
                                                               arrivato a circa 159.000.
                                                               Non era certamente facile poterli utilizzare perché
                                                               si trattava anche di convincerli a collaborare con
                                                               l’ex nemico. In realtà l’adesione dei prigionieri per
                                                               essere utilizzati come forza lavoro fu molto alta,
                                                               in Africa, secondo quanto relazionato a Badoglio
                                                               il  4  gennaio  1944  dal  generale  Guglielmo  Nasi,
                                                               prigioniero in Kenya, a capo dei prigionieri italiani
                                                               dopo la morte del duca Amedeo, il quale indicava
                                                               che circa l’80% dei prigionieri avrebbe ubbidito a
                                                               qualsiasi ordine provenisse dal governo legittimo
                                                               italiano. La maggior parte di coloro che decisero
                                                               di collaborare lo fecero, soprattutto, perché desi-
                                                               deravano limitare la loro collaborazione ad aspetti
                                                               non militari, mentre altri volevano riprendere le
                                                               armi e contribuire alla liberazione dell’Italia, in-
           La distribuzione dei prigionieri italiani secondo il SIM.   quadrati nei reparti alleati.
           AUSSME - Roma                                       Non tutti i prigionieri, infatti, decisero di collabo-
                                                               rare e vi fu un piccolo numero che rimase fedele a
           Mussolini, per una serie di ragioni contingenti o di coscienza personale. Dei 155.000 prigionieri ristretti in
           Inghilterra, solo 30.000 si rifiutarono di lavorare.
           Si era infatti rapidamente diffusa la notizia, nei campi di prigionia, che Mussolini aveva di nuovo ripreso il
           potere, aveva fatto rinascere il partito fascista, in una Repubblica Sociale Italiana da lui guidata, alleata nuo-
           vamente con Berlino. Il non collaborare voleva essere una prova, anche questa di coscienza, nei riguardi di
           un regime che non era stato considerato sconfitto, almeno da alcuni dei prigionieri. Quindi non fu presa una
           posizione decisa, in attesa di comprendere meglio la reale situazione italiana del momento.
           I britannici riuscirono comunque a organizzare 47 battaglioni di volontari addetti allo sforzo bellico e 385 unità
           minori per lavori agricoli. I prigionieri lavoravano otto ore al giorno e avevano un sia pur minimo stipendio. A
           questo proposito vi è una notazione minore da fare: anche l’economia italiana in qualche modo si avvantaggia-
           va della situazione perché i prigionieri riuscivano a far arrivare alle famiglie almeno una parte del loro modesto
           stipendio percepito in Inghilterra. Gli inglesi avevano talmente ben compreso l’utilità di avere una simile forza
           lavoro che furono gli ultimi a iniziare i rimpatri, e lo fecero solo sei mesi dopo la fine della guerra.
           Mentre per quelli in mano angloamericana vi era una certezza su come venivano amministrati anche se
           spesso il cibo non era sufficiente e le baracche non erano accoglienti, per quelli in mano sovietica regnava
           la più grande incertezza, nonostante Prunas ne avesse richiesto insistentemente notizie, nei due colloqui di
           Napoli con Vyshinsky, membro sovietico del Comitato Consultivo per l’Italia, affiancato alla Commissione
           Alleata di Controllo.
           L’Urss aveva ben dato al governo di Badoglio un riconoscimento diplomatico nel marzo 1944 ma non ne
           accettava alcune conseguenze, quali quella ad esempio del rimpatrio dei prigionieri di guerra .
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           Tra i luoghi di prigionia britannici vi furono anche i campi inglesi in Sudafrica  tra i quali il più famoso fu
           Zonderwater, oltre a Pietermaritburg, dove furono detenuti coloro che erano stati catturati in Africa orientale.

           115   Notizie molto dettagliate sui campi di prigionia britannici in NAUK, WO 169/13610 a 13619, documenti dai quali sono state
           tratte molte delle notizie qui presentate. Vedi anche il sito Zonderwater: a concentration camp in South Africa. http://www.zonderwater.
           com; Carlo Annese, I diavoli di Zonderwater. 1941- 1947. La storia dei prigionieri italiani in Sudafrica che sopravvissero alla guerra grazie allo
           sport, Milano, Sperling Kupfer, 2010.
           116   L’Unione Sudafricana era entrata in guerra contro il Regno d’Italia, insieme agli Stati Uniti e la Gran Bretagna, il 10 giugno 1940.

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