Page 355 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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CAPITOLO TERZO



           Turchia


           Nel settembre 1943, dopo la dichiarazione di armistizio e fino alla fine di marzo 1944, andarono in Turchia
           per trovarvi rifugio unità navali, militari e dei civili che avevano lasciato la Grecia e l’Egeo ed erano riusciti
           ad approdare sulle coste turche. Arrivarono anche alcuni reparti della Cuneo, che erano riusciti a lasciare
           Samo: queste truppe furono poi trasportate via treno in Palestina. Gli altri italiani, militari e civili, furono in-
           ternati in vari campi di concentramento mentre a coloro che appartenevano alla Marina italiana fu concesso
           di rimanere a bordo delle loro navi internate in due porti turchi.



           Svizzera

           Il 28 novembre 1944 Pompeo Agrifoglio scriveva all’Alto Commissariato per i prigionieri di guerra, all’Ufficio
           Operazioni dello Stato Maggiore Generale e all’Ufficio Patrioti di quello Stato Maggiore che il governo sviz-
           zero riconosceva lo status militare dei patrioti italiani che si erano rifugiati in Svizzera, dalla Val d’Aosta e dalla
           Val d’Ossola. Erano circa 2.500 e, secondo le convenzioni internazionali, costoro dovevano rimanere su quel
           territorio fino alla fine della guerra e avrebbero ricevuto lo stesso trattamento degli altri internati militari. Com-
           mentava Agrifoglio che, dal punto di vista morale, questa decisione della Svizzera era estremamente favorevole
           agli italiani ed era una prova di uno status militare internazionalmente riconosciuto delle Forze Armate italiane
           nell’Italia settentrionale, quelle che stavano combattendo contro i tedeschi. L’internamento non fu particolar-
           mente complesso e duro e alla fine della guerra rientrarono tutti in buone condizioni fisiche.



           Il periodo dopo l’armistizio. La resistenza dei militari prigionieri italiani nei lager tedeschi e gli internati
           militari italiani, gli IMI

           Una resistenza dura e dolorosa, originata non solo dalla cattura in fase di combattimento ma molto spesso
           dalla scelta coraggiosa di non collaborare a fianco dei tedeschi e dei fascisti: la scelta forse più dura e pro-
           fondamente consapevole, da affrontare, per i risvolti che ebbe sia nei campi di internamento, nei lager sia
           al ritorno in patria. Una resistenza, dunque, senza armi nei campi di concentramento del Reich e altrove,
           che ben si colloca in quella difficile lotta degli italiani contro l’occupazione tedesca in patria e contro una
           Repubblica fascista, a fianco delle truppe regolari combattenti sul territorio, accanto agli Alleati. Anche la
           rinuncia alla collaborazione è stato un fatto ‘d’arme senza armi’ ma altrettanto duro ed efficace come nel
           combattimento: ognuna di quelle persone che ha fatto ‘quella’ scelta, ne ha portato dentro di sé i segni per
           tutta la vita. Anche questa, una resistenza pagata, poi, a caro prezzo.
           I campi di prigionia del Reich furono nei Balcani, nella Grecia, nella Francia e nel cosiddetto Governatora-
           to Generale per le aree occupate della Polonia e nei territori sovietici occupati: in tutto 159 lager e relative
           dipendenze, più qualche decina di campi provvisori di punizione o eliminazione o di lavoro forzato, consi-
           derato ‘rieducazione’.
           Da un documento di riepilogo dello Stato Maggiore delle forze armate tedesche, si evince il numero complessi-
           vo dei prigionieri di guerra, 2.814.407 in tutto, compresi gli italiani fino al 1º maggio 1944 : il numero maggiore
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           era quello dei sovietici, poi i francesi. Seguivano gli italiani internati che erano 579.225, dei quali 454.256, impie-
           gati nei lavori, così suddivisi: 19.736 ufficiali, 944 ufficiali medici, 25.219 sottufficiali, 532.552 soldati e 774 civili.
           Fu una serie di ‘NO’, ben tre: il primo alla collaborazione armata per Hitler, poi per Mussolini e quindi a quella civile
           con lavoro volontario per il Reich nazista. È bene approfondire le ragioni dei no drammatici, pagati con 50.000 caduti nei
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           Lager e dopo il rimpatrio .

           121   Documento riprodotto in Maria Teresa Giusti, cit., p.168.
           122   Enrico Zampetti, Dal Lager. Lettera a Marisa, cit., a p.32, parole scritte nella introduzione di Claudio Sommaruga. Di questo
           autore vedi anche: Una storia affossata. Gli italiani ‘schiavi di Hitler’, traditi e disprezzati dimenticati e… beffati dalla Germania e dall’Italia
           1943- 2007, Quaderno Dossier N.3, (seconda edizione) Archivio IMI, 2007.

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