Page 360 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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“8 settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari Italiani: un lungo percorso sino alla vittoria finale”



           te erano trasferiti lavoratori italiani, ma, con una decisione delle SS su input della Cancelleria del Reich (cioè
           Hitler), già dal 14 settembre 1943, era stato poi previsto che le proteste o un eventuale sciopero da parte di
           questi lavoratori non sarebbe stato più sanzionato solo con il lager di rieducazione ma con il trasferimento
           in un campo di concentramento, mentre quei capi italiani, che erano in quel lager, qualora non avessero
           operato in un modo considerato ineccepibile, dovevano essere immediatamente arrestati.
           In quell’anno, gli angloamericani avevano non solo liberato l’Italia ma si stavano avvicinando pericolosa-
           mente all’interno del fronte tedesco. Ragion per cui gli internati furono successivamente spostati verso la
           parte interna della Germania, con lunghe e dure marce forzate. Questo ‘popolo internato’ in marcia iniziava
           così a vedere le distruzioni e le morti che gli Alleati avevano apportato su quelle terre, con i loro bombar-
           damenti, e, nonostante le difficoltà che stavano incontrando, iniziarono a comprendere anche che la guerra
           poteva essere sul punto di terminare. Bisognava resistere ancora.
           Furono gli Alleati a liberare gli internati e i prigionieri di ogni specie, nei lager tedeschi e a fornire agli storici
           riprese documentali di quella liberazione, che ricordano ora e sempre quello che era successo in quei campi
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           di concentramento e in quel periodo storico .
           Il rapporto della Commissione Storica illustra con molti particolari quale sia stata la difficile vita sia degli
           internati al lavoro sia degli ufficiali che, non essendo adibiti al lavoro, dovevano trovare un modo per so-
           pravvivere, anche e soprattutto psicologicamente.
           È indubbio che le testimonianze autobiografiche che furono redatte dai reduci dopo il 1945 continuano ad
           essere le fonti primarie estremamente importanti su quello che furono quegli anni e il comportamento dei
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           tedeschi nei confronti dei militari italiani .
           Alcune sono state pubblicate e per altre è possibile andare a vedere in archivi sia pubblici sia privati, i docu-
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           menti che riguardano la loro prigionia .
           Molti di questi internati scrissero di nascosto dei diari, delle riflessioni che fanno molto riflettere. Uno di
           essi, Enrico Zampetti, giovane sottotenente dei bersaglieri, ha pubblicato il suo diario, redatto come una
           lunga lettera all’allora fidanzata Marisa. Un giovane intelligente e molto determinato, di 22 anni, che ricorda
           le 18 giornate della resistenza della guarnigione di Corfù (dall’8 settembre 1943), le 574 giornate della prigio-
           nia e le 126 giornate dell’attesa del rimpatrio . Passò i primi sei mesi di prigionia nello Stalag 307 in Polonia
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           (Deblin), scrivendo 160 pagine di un quaderno iniziato a tre giorni dall’immatricolazione nel Lager. Riuscì a
           riportare a casa 400 pagine tra un diario e appunti, oltre a note che aveva scritto in una agendina tascabile.
           L’internato Zampetti, ovvero l’IMI n.24679/307, il 10 novembre 1943, aveva fatto una scelta importante e
           scriveva: oggi hanno aperto le iscrizioni per l’adesione al “servizio del lavoro”. Io non ho avuto incertezze e sono rimasto fer-
           mo. La mia vita è tracciata, come lo fu fin dal primo momento… continuerà in questo rifiuto di collaborare anche nel
           ‘lavoro volontario’ e questo sarà fino al 22 aprile 1945, quando sarà liberato dagli anglo americani nel lager
           di Wietzendorf, dove era giunto il 29 settembre 1944. Quella degli internati militari era una difficile situazio-
           ne di ‘traditori’ in quanto così considerati dalla RSI e anche perché non collaboravano al lavoro nei campi.
           Per poter scrivere alla madre o alla fidanzata, l’internato Zampetti doveva procurarsi il modulo della lettera,
           una pagina bianca con righe contate, previsto per poter utilizzare la posta, e per procurarselo dovette cedere
           del pane: reputava questa cessione un sacrificio ben lieve se la madre avesse potuto ricevere quella lettera.
           Scriveva il 17 febbraio 1944 dallo Stalag 307 di Deblin: stamattina le forze di resistenza hanno lottato fino allo
           stremo e posso dire senza esagerazione di aver visto lo spettro della morte per assideramento...per l’appello nominativo e di
           controllo siamo stati fuori sulla neve per due ore, e quello che abbiamo passato in quelle due ore non lo avevo mai provato e
           mi auguro di non provarlo più se voglio ritornare da voi. Temperatura sui 10 sottozero. Vento gelato e nevischio a tormenta:
           dopo mezz’ora piedi e mani non si sentivano più, poi il freddo ha preso le membra e allora è sembrato avvicinarsi la fine; un



           136   Nicola Labanca (a cura di), La memoria del ritorno. Il rimpatrio degli internati militari italiani. (1945-1946), Giuntina, Firenze 2000.
           137   Vedi anche Anna Maria Casavola, 7 ottobre 1943: la deportazione dei carabinieri romani nei lager nazisti, cit. per le molte testimonianze
           di IMI riportate nel volume, p. 93 e ss, con numerose indicazioni di documenti e di libri pubblicati sull’argomento.
           138   Molti documenti originali di questi ricordi sono fruibili nell’archivio della ANEI (Associazione Nazionale Ex Internati, nei
           lager nazisti), in Roma.
           139   Enrico Zampetti, Dal Lager. Lettera a Marisa, cit. sopra.

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