Page 356 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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“8 settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari Italiani: un lungo percorso sino alla vittoria finale”
Uno storico tedesco Gerhard Schreiber, che ha fatto molti studi scientificamente approfonditi su questo
argomento, ricorda questa resistenza dai molti aspetti ma che sostanzialmente si dovette a una sola parola
di due lettere, no . Questo rifiuto si manifestò chiaramente dopo il disarmo di 1.007.000 soldati italiani
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nell’autunno del 1943 e nell’estate del 1944.
Ricorda Schreiber che già il 10 settembre 1943 i tedeschi avevano stabilito che i militari italiani opponenti
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resistenza erano dei ‘franchi tiratori’; eppure vi erano tutte le condizioni perché fossero considerati belligeranti.
Il Comando supremo della Wehrmacht aveva diramato, il 15 settembre 1943, in assenza di dichiarazione
di guerra, le prime direttive sul trattamento dei soldati dell’Esercito italiano regolare e della Milizia, che saranno poi
seguite al 99%, anche quando la dichiarazione di guerra alla Germania avrebbe potuto e dovuto risolvere
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alcuni problemi : al primo punto si stabiliva che, in linea di principio, i soldati italiani dovevano dichiarare
immediatamente se intendevano continuare la guerra a fianco dei tedeschi o associarsi alla rottura del patto di
Alleanza [intendendo con questa parola, quella tra Italia e Germania] fatto dal governo Badoglio. Chi non è con noi
è contro di noi. Chi fosse stato ‘contro’ sarebbe stato considerato prigioniero di guerra. Tra i soldati rimasti fe-
deli all’Alleanza, vi era la distinzione fra a) coloro che intendevano continuare a essere impiegati in battaglia,
e quelli che non intendevano più combattere ma avrebbero preferito essere impiegati in altri servizi, come
ordine pubblico, sicurezza, organizzazione degli approvvigionamenti o logistica dell’Aeronautica; b) coloro
che né erano fedeli all’Alleanza né intendevano essere impiegati in altri servizi previsti: costoro sarebbero
stati disarmati e considerati prigionieri di guerra, comunque obbligati ad essere utilizzati nell’economia bel-
lica, nelle regione della Ruhr e del Don; c) vi erano poi quelli che avevano opposto resistenza di tipo attivo
e passivo e soprattutto erano scesi a patti con il nemico o con le cosiddette ‘bande armate’, cioè i partigiani,
in qualsiasi modo si fossero affiancati ad essi o li avessero aiutati. Anche questi sarebbero stati considerati
prigionieri di guerra e nei loro confronti sarebbero state applicate le norme più severe: gli ufficiali dovevano
essere fucilati; i sottufficiali e i soldati, trasferiti ai campi di lavoro nei territori orientali e messi a disposizio-
ne del Comandante dell’Ufficio prigionieri di guerra.
Vi era, sempre nello stesso documento, anche un’altra direttiva, che poi fu quasi sempre seguita, sui campi
di battaglia: nel caso in cui le truppe italiane avessero continuato a opporre resistenza, sarebbe stato loro
fatto un ultimatum, alla scadenza del quale, se avessero continuato nel loro comportamento, tutti i coman-
danti italiani responsabili delle azioni di resistenza sarebbero stati fucilati perché ritenuti “cecchini” qualora,
allo scadere del tempo concesso, non avessero impartito alle truppe l’ordine di consegnare le armi alle unità
tedesche, cioè, essere disarmati.
Vi era un punto specifico per gli ufficiali, perché era previsto che coloro i quali fossero rimasti fedeli all’Al-
leanza avrebbero potuto trattenere le armi individuali. Poteva essere presa la stessa decisione per sottufficiali
e soldati, in casi particolari.
Per l’impiego vi erano norme dettagliate e particolari: per le unità della Milizia, in particolare, era previsto
che entrassero in compagnie della Wehrmacht, agli ordini esclusivamente delle SS, con compiti di polizia sul
territorio italiano, mentre, oltre confine, nella lotta contro i partigiani, non era previsto partecipassero, ma
molto spesso furono comunque inviati in quelle zone. Per gli appartenenti al Genio militare si prevedeva un
impiego in area mediterranea. Vi erano poi gli impieghi in attività di supporto all’interno delle truppe tede-
sche, ma i volontari italiani di supporto, cioè quelli che venivano reclutati nei Paesi occupati, oltre che in Italia,
avrebbero potuto essere inseriti solamente in reparti della Wehrmacht, per sostituire eventuali perdite della
123 Gerhard Schreiber (ex ufficiale della Marina tedesca), Die italienischen Militärinternierten im deutschen Machtbereich 1943 bis 1945.
Verraten - Verachtet - Vergessen, tradotto dal tedesco da Friendrum Mazza e Giulio Primiceri, I militari italiani internati nei campi di
concentramento del Terzo Reich 1943-1945. Traditi, disprezzati, dimenticati, Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito, Roma 1992; dello
stesso autore, Gli internati militari in Germania: una vita nell’anticamera della morte in “L’Italia in guerra, il quarto anno, 1943”, Commis-
sione Italiana di Storia Militare, 1994, Gaeta, Stabilimento Grafico Militare, p.525-555. Giorgio Rochat, La memoria dell’internamen-
to. Militari italiani in Germania. 1943-1945, in ‘Italia contemporanea’, n. 163, 1986, pp. 5-30. V. anche Gabriele Hammermann, Gli
internati militari italiani in Germania. 1943-1945, Il Mulino, Bologna 2019; Luca Frigerio, Noi nei lager. Testimonianze di militari italiani
internati nei campi nazisti, Roma, Paoline Editoriale Libri, 2008.
124 Schreiber, Gli internati militari, cit., p. 529.
125 Maria Teresa Giusti, cit., p.163-4.
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