Page 358 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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“8 settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari Italiani: un lungo percorso sino alla vittoria finale”
Come si fa notare nel rapporto della Commissione Storica, gli aspetti centrali di questa ricerca storica hanno
nel corso del tempo riguardato principalmente il disarmo e conseguente arresto dei militari italiani per l’in-
ternamento, e il reclutamento, effettuato negli stessi campi di prigionia, per arruolamenti nelle forze armate
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tedesche e in quelle della RSI .
Un terzo aspetto ha naturalmente studiato le condizioni di vita e di lavoro durante la prigionia. 25.000 fu-
rono gli internati militari che morirono nei campi di prigionia, soprattutto nei grandi centri organizzati sul
territorio tedesco e nei Balcani. Ancora adesso, 80 anni dopo i fatti avvenuti, si perdono le tracce di 5.000
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internati militari .
Per completare il quadro generale dei deportati nei lager tedeschi, accanto ai militari vi furono 36.000 depor-
tati civili, 9.000 deportati razziali e religiosi, ai quali si devono aggiungere 74.000 lavoratori civili rastrellati a
forza in Italia e trasferiti in Germania e 86.000 emigrati civili italiani, bloccati in territorio tedesco dalla firma
dell’8 settembre e ai quali fu non fu permesso di rientrare in Italia .
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Dopo l’8 settembre, e anche ben prima della caduta di Mussolini, quando avevano già ben compreso che
l’Italia, non più in grado di sostenere la guerra, si sarebbe staccata dall’alleanza per uscirne, i tedeschi avevano
preso le loro decisioni, non solo per quanto riguardava i militari italiani durante i combattimenti, ma anche e
soprattutto per il trattamento successivo alla cattura. In teoria furono tutti definiti, in un primo tempo, pri-
gionieri di guerra ma con l’instaurarsi di un nuovo governo con a capo il Duce, nuovamente loro alleato, era
difficile, per motivi giuridici e per quelli di opportunità ‘diplomatica’, continuare a considerarli ‘ufficialmente’
in quel modo. Il 20 settembre 1943 , dopo aver liberato Mussolini da Campo Imperatore e averlo trasferito
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dall’Italia alla Germania, Hitler decise che i soldati italiani catturati dovevano essere chiamati internati militari
italiani - IMI come se fossero in una posizione giuridica più favorevole di altri prigionieri di guerra - questo
era invece uno status indubbiamente ibrido e molto negativo perché, in quanto non erano applicabili le ga-
ranzie date dalla Convenzione di Ginevra del 1929, né costoro potevano, così ricevere aiuti del Comitato
Internazionale della Croce Rossa: nessuna consegna particolare di alimenti o medicine né visite di controllo
di quel Comitato Internazionale. Paradossalmente una situazione peggiore delle altre. Infatti, i tedeschi ave-
vano bisogno, come del resto gli angloamericani, di forza lavoro da adibire alle più svariate mansioni, non più
coperte dai loro cittadini maschi, ormai in maggioranza in armi, da ebrei o da oppositori politici.
613.000 IMI rifiutarono ogni collaborazione di questo tipo e furono sfruttati nei magazzini, nelle miniere,
nelle fabbriche, nei campi, a scavare trincee o a liberare di macerie le città bombardate; messi a riparare fer-
rovie, sempre minacciati dalle armi e dai bombardamenti alleati, con pochissimo cibo e non curati, se aveva-
no malattie, e lasciati morire. Circolava anche in quel periodo nei lager un giornale settimanale in 40/ 50.000
copie, che risultava essere l’unico canale di comunicazione tra gli IMI e il mondo esterno, La Voce della Patria,
che uscì per la prima volta il 3 ottobre 1943. Era un foglio pubblicato a Berlino dalla Repubblica Sociale
Italiana, come organo dei fascisti repubblicani altrove e oltre oceano. 13 numeri furono pubblicati nel 1943 e altri
37 nel 1944 e, secondo ordini ricevuti, l’editore tedesco doveva inviare il settimanale, per quanto riguardava
gli internati in Bielorussia, direttamente allo Stalag 352 di Minsk o allo Stalag di Dulac 240 a Borisonov e
comunque tutto il resto del materiale di propaganda in italiano doveva essere fatto pervenire esclusivamente
al Reparto propaganda della Wehrmacht che ne avrebbe curato la distribuzione.
Gli IMI, dunque, venivano trattati come i prigionieri russi, cioè completamente senza tutele, ma Stalin non
aveva firmato la Convenzione di Ginevra e sfruttava duramente i prigionieri tedeschi come quelli di altre
nazionalità, italiani compresi.
Il governo nazista, però, doveva continuare ad avere riguardi per l’alleato fascista della RSI e quindi fu lascia-
to ai singoli internati di decidere ad ogni momento se accettare quella che veniva chiamata libertà con disonore
o schiavitù con dolore.
131 Le azioni di reclutamento venivano spesso effettuate da ufficiali italiani della RSI e in modo vivace e aggressivamente psico-
logico molto pesante, ricordando madri, mogli, figli, fidanzate…
132 Numeri inseriti nel Rapporto della Commissione…, cit., p.124-125.
133 Sommaruga, Una storia affossata, cit., p.2.
134 17 settembre, secondo Sommaruga, cit., p.6.
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