Page 352 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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“8 settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari Italiani: un lungo percorso sino alla vittoria finale”



           Zonderwater, nel Transvaal, distante 43 km da Pretoria, fu in realtà il più grande campo di internamento
           per i soldati italiani (quasi assenti gli ufficiali che normalmente erano stati mandati in Kenya, ad eccezione
           dei medici e dei cappellani militari); quasi 100.000 furono quelli che passarono da quel campo che, a volte,
           costituì solamente una meta temporanea in attesa di raggiungere l’Inghilterra. I primi 10.000 prigionieri vi
           giunsero nell’aprile 1941 e gli ultimi lo lasciarono nel gennaio 1947.
           Zonderwater era un vasto territorio delimitato da filo spinato e sorvegliato da guardie locali; furono gli stessi
           prigionieri a costruire gli alloggi e quanto serviva per la vita di una comunità, sia pur ristretta per motivi
           bellici. Dal luglio 1942, dopo la vittoria angloamericana di El Alamein, ci fu un forte aumento dei prigionieri
           italiani, con conseguenti problemi di alloggio e di razioni alimentari, divenute molto scarse, come fu rilevato
           dal console brasiliano che rappresentava il Brasile quale nazione protettrice dei prigionieri italiani in Suda-
           frica, causando non poco imbarazzo nel governo di Pretoria. Tra il 1941 e il 1943 le condizioni del campo
           peggiorarono moltissimo ma ebbero un deciso miglioramento quando i sudafricani decisero di inviare un
           nuovo comandante più attento alla complessa situazione dei prigionieri di guerra.
           Il campo fu allora organizzato come una piccola città, suddiviso in 14 unità con possibilità di alloggiare
           8.000 individui. Era stato costruito anche un grande ospedale. Fu un campo di prigionia molto particolare,
           con scuole di lingue, scuole medie per analfabeti, corsi tecnico-professionali, biblioteche, attività teatrali.
           Vi furono certamente dei problemi, come sempre accade nelle comunità, ma senza ombra di dubbio rap-
           presentò il miglior campo di prigionia di tutta la seconda guerra mondiale. Quando fu chiuso, il governo
           di Pretoria accolse solamente 800 italiani, tra i prigionieri che desideravano rimanere ormai in quella terra,
           mentre altri dovettero rimpatriare, seguendo le norme della Convenzione di Ginevra.
           Il Campo di Pietermaritzburg (provincia di Kwazuku-Natal), fu aperto nell’aprile 1941 con l’arrivo del primo
           contingente di prigionieri di guerra italiani. Era utilizzato come posto di primo approdo, pronto soccorso
           e visita medica. In questo campo i prigionieri erano disinfettati, rifocillati e soprattutto tornavano ad avere
           una dignità umana, prima di raggiungere la loro destinazione finale a Zonderwater. Alcuni dei prigionieri in
           realtà vi passarono tutto il loro tempo in Sudafrica. Il campo fu chiuso alla fine del 1946.



           Stati Uniti

           La maggior parte dei prigionieri di guerra italiani, catturati dal novembre 1942, nel Nord Africa, furono
           inviati negli Stati Uniti, mentre una minoranza rimase sul territorio africano, per dare la propria opera di
           manovalanza all’esercito americano. Al momento dell’armistizio gli americani avevano in Africa e in Sicilia
           circa 90.000 prigionieri italiani, dei quali 50.276 furono internati negli Stati Uniti .
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           Furono molti i campi di prigionia in tutti gli Stati del Nord America che trattarono decisamente meglio
           di altre nazioni, i prigionieri di guerra; in alcuni campi vi erano anche alcuni civili italiani che erano stati
           internati per i loro sentimenti filo fascisti, all’inizio del conflitto. Gli americani ebbero dunque un atteg-
           giamento quasi rieducativo nei confronti dei militari italiani prigionieri di guerra, indubbiamente anche
           per preparare il loro rientro in patria, al momento in cui la pace fosse stata conclusa, convinti dell’im-
           portanza di governi democratici, che assicuravano un benessere generalizzato a tutti i componenti della
           società, afroamericani compresi. Infatti, quando venivano catturati, gli italiani venivano subito separati
           dai prigionieri tedeschi per evitare ulteriori ‘contagi’ ideologici. Come previsto dalla Convenzione di Gi-
           nevra, fino all’8 settembre, furono utilizzati per lavori non connessi a un impiego bellico e furono pagati,
           a seconda del grado avuto nell’esercito.
           Dopo l’8 settembre, però, sempre ai sensi delle allora vigenti convenzioni internazionali, furono utilizzati,
           come Italian Service Units ISU (v. sopra) , anche nell’industria bellica che aveva sempre di più bisogno
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           di operai, per produrre materiale necessario a continuare il conflitto. Queste unità, costituite nel marzo


           117   V. NARA, RG 389.2.2; 389.4: numerosissimi documenti riguardanti il trattamento dei nemici prigionieri di guerra 1943-1945
           (tedeschi e italiani). NAUK, WO/11988.
           118   V. NARA, RG 389.4.5, Records of the Italian Service Units 1944-1945, di notevole interesse per comprendere quale fu l’at-
           teggiamento americano verso questi ‘lavoratori’, ancora giuridicamente prigionieri di guerra.

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