Page 314 - Missioni militari italiane all'estero in tempo di pace (1861-1939)
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304 ALI'REDO URAUZZI
guidata da un marinaio "rosso" che si qualificava comandante del porto. Il permesso
di entrare in porto fu subito accordato e la nave poté dar fondo all'ancora a 200 m
dall'imboccatura, senza compiere ulteriori manovre.
Il comandante Ponza di S. Martino si recò subito a terra per la visita alle
autorità locali e venne accolto con gli onori militari da una compagnia di guardie
"rosse" con banda che suonò - dice con un certo umorismo il comandante nel suo
rapporto - "un inno a me ignoto ma certamente molto rivoluzionario". Vi fu anche
un indirizzo di saluto in russo con il quale si dava il benvenuto alla nave italiana e
"si esprimeva l'augurio che la rivoluzione trionfasse presto anche in Italia, però -
bontà sua! - senza apportare i disastri che avevano colpito la Russia ".
Malgrado l'accoglienza potesse essere ritenuta più che cordiale, il rozzo
proselitismo e la ossessionante esaltazione della rivoluzione consigliavano un'attenta
prudenza in ogni rapporto con i rappresentanti del nuovo regime, che apparivano
pronti ad interpretare a loro modo e convenienza qualunque atto o parola degli
stranieri occidentali verso i quali erano animati dalmalcelato sospetto che fossero
agenti più o meno segreti di governi nemici della rivoluzione.
Fin dal primo contatto con l'ufficiale in 2a, il comandante della guarnigione,
Sergio Mihailovic Gagaeff aveva domandato con insistenza se la nave era arrivata
nel porto rispondendo al messaggio, trasmesso all'aria da una stazione r.t. "rossa",
con il quale si garantiva libero accesso a tutte le navi alleate in zona. La stessa
domanda venne rivolta al comandante Ponza di San Martino da Gagaeff, che lo
ricevette in presenza di due membri del Comitato rivoluzionario della provincia
delmar Nero. Ottemperava cosÌ alla norma per la quale mai un bolscevico, qualunque
fosse il suo grado e la sua missione, poteva essere solo nell'esercizio del mandato,
ma doveva sempre essere assistito, e diciamo pure, controllato da altri compagni.
La risposta del comandante, all'oscuro del messaggio di libero accesso trasmesso
dai bolscevichi, precisava che la sua missione era quella di cooperare agli interessi
comuni delle due nazioni. Gagaeff però non si dichiarò soddisfatto e chiese se la
nave avesse un "mandato ufficiale". Poiché il comandante italiano affermava che il
suo mandato era quello di ogni comandante di nave da guerra, il tono cordiale della
conversazione si raggelò e Gagaeff la troncò dicendo che non erano possibili contatti
ufficiali e che, in ogni caso, avrebbe richiesto istruzioni al comandante d'Armata
riservandosi di far conoscere la risposta. Questa - che non si fece attendere - ingiungeva
al comandante italiano di domandare al governo di Roma di dargli un mandato ufficiale
senza il quale non si potevano stabilire rapporti ufficiali.
Nel frattempo l'atteggiamento cordiale delle autorità locali aveva lasciato il
posto ad un clima di sospetto che fu esplicito con l'invio di una guardia "rossa" a
bordo per controllare le persone che fossero salite a bordo. Dopo un primo rifiuto
di tale presenza, il comandante italiano, decise di acconsentire per non inasprire la
situazione. Gli veniva contestato che il Regio Governo di Roma, prima di mandare
una nave da guerra in un porto della Repubblica russa federativa dei Soviet,
avrebbe dovuto avanzare richiesta via radio ed attendere la risposta; questa procedura
era in palese contrasto con il messaggio di libero accesso a Novorossijsk che il
comandante bolscevico si vantava di aver trasmesso all'aria.

