Page 336 - Missioni militari italiane all'estero in tempo di pace (1861-1939)
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326 MARIA GABRIELLA PASQUALlNI
collaboratori, anche se, a onor del vero, questo conflitto interno trapelò solo
verso la fine del secondo biennio di permanenza: tra D'Aulisio e Rodda 110n vi
era accordo sulle riforme da proporre; i due capitani non approvavano affatto i
metodi seguiti dal capo Missione, che però, a giudizio del Marro, non sfruttava
al massimo le competenze degli inferiori, lasciandoli in mansioni puramente
esecutive, non facendosi affatto coadiuvare per la parte direttiva e di studio.
Marro giudicava che il lavoro propositivo si era svolto un po' lentamente, ma era
stato necessario, coscienzioso e professionale (15).
Nonostante le difficoltà interne, il Comando Generale dell'Arma decise, con
grande senso di opportunità politica e pragmatismo operativo, di non richiamare
per il momento alcun ufficiale, ma di sensibilizzare l'addetto militare perché seguisse
con discrezione, ma con grande attenzione, il problema, informando ne quel
Comando e il Governo(l6).
Nel 1912, scoppiò il conflitto greco-turco, verificandosi così quanto previsto
nell'art. XVIII del contratto d'ingaggio: la Missione italiana restò al suo posto di
lavoro, su richiesta dello stesso governo ellenico. Fu solo chiesto che gli ufficiali
italiani non andassero in ispezione provinciale nelle regioni coinvolte nel conflitto
" ... stante le ottime relazioni della Missione col Ministero della Guerra, non sarà
così difficile il mantenere con quest'ultima il costante contatto che le circostanze
consigliano ... " (17).
Nel 1913, durante i funerali di re Giorgio I, assassinato, la Missione italiana,
coadiuvata dalla polizia ellenica, fornì un servizio d'ordine inappuntabile, tanto
da meritare gli elogi scritti del Ministro degli Interni greco(18). Non vi era dubbio
che gli ufficiali italiani erano stimati dalle autorità e iniziavano ad imporsi con la
loro professionalità. La politica estera di quel momento storico aiutava la cooperazione
italiana con quella greca.
Nell'aprile del 1913, il tenente colonnello D'Aulisio, pochi mesi dopo una
sua ponderosa relazione sul lavoro svolto (l 9) , avendo avuto notizia delle critiche
che circolavano negli ambienti romani governativi e militari rispetto al suo lavoro,
in un secondo rapporto(20), cercava di giustificare quella che veniva ritenuta una
mancanza di risultati tangibili. Cercava di far comprendere che questo problema
non era dipeso dalla Missione, ma dalle situazioni contingenti, ivi compreso il fatto
che, a suo dire, ai tempi della guerra balcanica, l'atteggiamento e l'azione, politi-
camente assenti, ciel governo italiano verso la Grecia avevano, da tempo, originato
una corrente sfavorevole agli italiani; e, conseguentemente, anche alla Missione
italiana. Episodi di xenofobia erano successi, ma anche nei confronti delle altre
due missioni militari: episodi da non sottovalutare, ma che dovevano essere
inquadrati nelle tensioni tra i partiti politici greci.
I contrasti in seno alla Missione però iniziavano ad essere evidenti: D'Aulisio
intendeva avere l'esclusiva responsabilità del servizio di polizia, specialmente nelle
zone considerate più a rischio, come quella di Salonicco, dove era stato ucciso il re
Giorgio e dove aveva avuto il comando delle forze di polizia un colonnello d'artiglieria,

