Page 151 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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102 Momenti della vita di guerra
loro granate? Non le sentivamo nemmeno, tanto eravamo attenti ai nostri bravi
cannoni.
Anche quest’oggi cominciarono ad arrivare tre o quattro granate da 152. Una
colpì giusta il ricovero di un caporal maggiore, ma non si ebbe niente del tutto,
le altre erano bene aggiustate. Non avendo nessun ordine di sparare, i serventi dei
pezzi se la mocarono nei grossi ricoveri, e restammo solo io e il tenente Rossi, che mi
è simpaticissimo, ai nostri pezzi. A cose terminate mi chiamò e mi disse: «Comin,
com’è che non sei entrato cogli altri nel ricovero!» «Signor Tenente», risposi, «c’era
lei ai pezzi, potevo restarci anch’io che sono volontario, tanto, è meglio morire sul
proprio cannone che in una buca». Mi guardò, sorrise, e battendomi a mano sulla
spalla mi disse semplicemente: «Hai ragione!» Papà, non puoi immaginare quello
che non abbia provato a quelle due semplici parole. Non lo credi, papà mio? Non ti
saresti commosso tu pure? .
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Ma pochi giorni dopo, in un altro duello d’artiglieria, una granata austriaca colse in
pieno il caro figliolo, e interruppe per sempre il simpatico cicaleccio, nota delicata come
il canto d’un uccello, nell’uragano di guerra, fra il rombo dei cannoni.
Temperamento più impetuoso, bramoso di vivere tutta la sua vita e di affermarsi,
precoce e tempestoso per intelligenza, era invece Roberto Sarfatti. La guerra lo sorpren-
de appena quindicenne. Cresciuto in una famiglia socialista, il sentimento patrio ha in
lui tutta la violenza di una fede conseguita per conversione. Le giornate del maggio ’15
lo trovano a Bologna. Egli vi sente solo l’ebbrezza e la voluttà d’offrirsi e di sacrificarsi,
e scrive ai genitori chiedendo il permesso d’arruolarsi. Il ragazzo ha movimenti e atteg-
giamenti che già preannunziano e rivelano l’uomo.
(Bologna, 23 maggio ’15, al padre). L’Italia è risorta a dignità di nazione, e guai
a chi si attenti a toccarne l’onore. Solo ora io ho imparato ad amare, se non l’Italia,
gl’Italiani. Ho visto vecchi pianger di commozione e giovani abbracciarsi per la gio-
ia. Era un solo grido in tutti: «Evviva l’Italia»; una sola speranza: la vittoria; un solo
proponimento: il proprio dovere. E non solo in questo fervore di anime e di cuori,
ma anche prima io avevo un solo dovere: quello di arruolarmi. Io sono abbastanza
grande di statura e possente di forze, e sviluppato d’intelligenza se non di età; per
forte, io mi sento abbastanza robusto per sopportare le fatiche e gli strapazzi d’una
guerra. Io penso che non si fa impunemente l’interventista per nove mesi per rima-
nere a casa giunto il momento buono.
Papà, papà mio buono, e tu mamma, che sai comprendere quello che il mio ani-
mo contiene in sé in questo momento, datemi il vostro permesso e la vostra benedi-
zione, datemeli perché io sento che con essi andrò corazzato contro le palle nemiche.
Credilo, papà, io non andrò in guerra per uno stupido desiderio di distruzione o
di avventure, io andrò perché così vogliono la mia coscienza, la mia anima, le mie
convinzioni.
Perciò dammi il tuo permesso e me lo dia la mamma, perché se no sento che,
con mio grande dolore, ne farei senza e andrei a farmi uccidere, forse, senza che mio
padre e mia madre mi abbiano dato il permesso e la loro benedizione. Io non so se
morrò, ma anche se questo accadesse, che sarebbe ciò? La morte trovata combatten-

