Page 243 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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194   Momenti della vita di guerra

               13. Marcia notturna. Il Carso è una vampata sola, un solo rombo cupo: la notte è
             nera nera, di temporale minaccioso. I riflettori allungano rigido il loro braccio, fru-
             gando immobili le tenebre. Razzi bianchi, rossi si accendono, si spengono; la truppa
             cammina in silenzio, curva sotto il peso degli zaini, rassegnata. Avanti.
               14. Siamo giunti a Verza. La truppa si è accantonata: io ho dormito in una travata,
             sull’erba fresca raccolta il giorno prima. Accoglienze cordiali da questi pseudo italia-
             ni. Stasera si riprende la marcia notturna. Ci si va ad accampare a Bosco Cappuccio
             tra i morti. Avanti e coraggio. Sono sempre più tranquillo anche perché ricevo rego-
             larmente la posta della mamma, della Tola. Dio li benedica.
               15. Bosco Cappuccio, Bosco triangolare, Boschini, San Michele, San Martino
             del Carso, Vallone, Hermada, Quota 208 e quota 144, Monfalcone, Gorizia,
             Montesanto, Kuk, ecc. La guerra del Carso rivive in ogni angolo: è una croce
             sola, una rovina sola, una tetraggine sola. Avanzi di reticolati, di trincee: teschi
             scoperti, scarpe sfondate, zaini marciti, fasce sudicie, una gavetta e croci, e tu-
             muli e croci, e silenzio. Le madri chiamano con lamenti lunghi i loro figli che
             non vedranno più.
               16. Ci sono delle voci belle: Montesanto, il Kuk, San Gabriele, San Marco sa-
             rebbero stati occupati. Sarà vero? oh, gioisci, anima mia italiana, e sogna: sogna la
             vittoria vicina e spera: spera la pace e godi la speranza del ritorno, della gioia della
             mamma, di tutti. Che sera calma serena: sono solo con la truppa, alla mia tenda. L’I-
             sonzo riflette d’oro gli ultimi raggi del sole. Ha dimenticato tutto il sangue dell’anno
             scorso: è così placido ora. Dio proteggi l’Italia, tutti i miei cari.
               17. Ricognizioni. Sono molto stanco, un po’ sfiduciato.
               18. Partenza. Strada Vallone: individuate baracche altre ricognizioni.
               19. Partenza per la trincea del Dosso Faiti.
               20. Notte d’inferno. Siamo in trincea avanzata. Si lavora accanitamente a rinfor-
             zarci: poche perdite per il tiro.
               21. Piove; gli uomini sono un po’ stanchi, ma fiduciosi. Duello intensissimo delle
             artiglierie; poche perdite .
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             Un altro combattente soffre amarezze d’ogni genere, e si sforza di dare un significato
          e uno scopo al suo dolore:
               Io sono stato mortificato, umiliato, annientato. Fa niente. Io offro tutta la carne,
             il sangue, la mia dignità, la mia libertà, la mia stessa felicità, perché sia assicurata la
             felicità dei più che sono, dei molti più che saranno. Che diritto ho io di esser felice
             perché gli altri non lo siano? E non è un attentare all’altrui felicità, il non dare la
             propria felicità all’altrui felicità? .
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             Il sottotenente Aldo Lepri  del 121 fanteria ferma nel suo diario le atroci mischie
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          intorno alla trincea dei morti, mischie che consumarono il suo battaglione, comandato
          dal maggiore Giacomo Venezian.
               (29 agosto ’15). Domenica triste. Domenica: a quest’ora lei va a messa tutta bian-
             ca nel suo abitino alla moda e chissà se pensa al povero tenentino sdraiato o, per
             meglio dire, rannicchiato in una trincea costantemente colpita dai 149, tormentato
             da un perenne mal di pancia, mezzo soffocato dal fetore dei cadaveri che marciscono
             su questo Carso inospitale.
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