Page 248 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta  199


            pensato ed operato dilatando l’animo e il voler suo ad animo e a volere della patria, per
            quella crisi tornava a raccogliersi in un atteggiamento meramente individuale. Fare il
            proprio dovere, ubbidire, anche quando il comando pareva rovinosamente assurdo, sen-
            tirsi distaccato dalla volontà direttrice per l’impossibilità di farla partecipe della propria
            vissuta esperienza, accettare la propria parte e convincersi che essa è piccola, angusta;
            non poter vedere il proprio sforzo in comunanza con altri simili sforzi; non percepire
            l’unità del moto comune e perciò stesso perdere efficacia e ascendente sui gregari che
            sempre voglion vedere in chi comanda l’incarnazione della fede e dell’ideale militare:
            quest’esperienza coincideva in sostanza col logorio della guerra, con la volontà avversa
            che cercava di mozzare il respiro e i nervi dell’esercito.
               Ma, come notava Eugenio Garrone, «non basta ubbidire: se si ubbidisse soltanto,
            sarebbe troppo poco» .
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               Chi era militare di razza, ne aveva l’oscuro intuito.

                 (11 luglio ’15). Triste giornata! Mi sento avvilito della mia presente inutilità in
               mezzo a questo trambusto di guerra!… Mi rodo nell’animo perché non tutti sono
               immedesimati della grave situazione del nostro paese, e perché non si esplica da tutti
               il massimo di operosità, energia, abnegazione, spirito di sacrifizio .
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               Così scriveva già nel luglio 1915 un generoso colonnello di cavalleria, che nel para-
            lizzato impeto della sua arma sentiva l’arresto dell’entusiasmo e della volontà generale.
            E due anni dopo malinconicamente delineava il tedio, la tristezza della guerra allo stato
            cronico, la rinunzia all’iniziativa:

                 (29 agosto ’17, ad un amico). Anche tu sentirai quell’influsso che oggi pare che
               domini tutti. Ci si affida ciecamente al destino come dei veri musulmani. Allah! tut-
               to vien da lui. Anch’io son qui nelle condizioni d’animo della massa. Quando il mio
               siluro scoppierà, mi caccerò in fondo alle acque chete, rassegnato come un santo. E
               se invece la guerra mi caccerà ancora avanti, eccomi qua pronto a partire anche per
               l’altro mondo con la più grande serenità d’animo .
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               Gli fu concessa la seconda alternativa: il colonnello Rossi cadde nel novembre 1917
            alla testa del suo reggimento, il Piemonte Reale, coprendo la ritirata, nei pressi d’Oder-
            zo: quando la crisi della guerra cronica era sboccata nella catastrofe di Caporetto, e a
            riparare e a salvare si ridestava un secondo entusiasmo di guerra, meno ingenuo e più
            ricco d’abnegazione del primo.
               Ma lo smarrimento morale nella guerra cronica fu la prova più amara dell’esercito.
            Falliva ciò per cui si era sognata la guerra: la rapidità tagliente delle risoluzioni.
               Nelle lettere è continuo il lamento sulla morte dell’intelligenza , gli accenni ad una
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            rassegnazione cupa, l’incredulità in direttive e comandi che valgano a modificare il rista-
            gno mortale. Una diffidenza insanabile separa la «linea» dai comandi. Per certi rispetti v’è
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