Page 250 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta  201

               e tutto con una specie d’amara ironia che secca e irrita. Insomma morale basso… .
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                  (25 luglio ’16, davanti a Monte Chiesa, diario). Ma ieri che cosa c’è stato? Mi ci
               vuol uno sforzo per ricordarmene, per distinguere nelle sue svariatissime e sovrap-
               ponentisi impressioni, che questi tre giorni di tensione e di ansia mi hanno lasciato.
               Ripensando, non ci vedo altro, di questi tre giorni, che un confuso succedersi di or-
               dini e di contrordini, avanzate e ripiegamenti, spinte audacissime di pattuglie, falcia-
               menti di mitragliatrici, e feriti, morti, gente stanca, quasi ubbriaca per il patimento,
               per il freddo, per il digiuno, per la morte imminente e continua…
                 Un biglietto di Graziosi, nel quale si dicevano le condizioni fisiche e morali e si
               esponeva la situazione, mi fece assai impressione; e fece effetto, pare, anche ai co-
               mandi superiori, cioè al colonnello Savorani, che per la prima volta si era portato
               sotto Monte Chiesa, nella buca del comando. Il fatto sta che verso le 16 venne l’ordi-
               ne di ripiegare a scaglioni. Ciò fu fatto nelle prime ore della notte. Non scorderò mai
               l’arrivo del Val Tagliamento. Stanchi morti, instupiditi, cascanti, venivano a poco a
               poco, intercalati con le barelle dei morti e dei feriti, incespicando a ogni passo, nel
               buio. Si precipitarono sul rancio che li aspettava dietro le trincee, dove sono ancora
               adesso io. Bevvero avidamente il caffè; poi restavano lì indifferenti. Facevano un forte
               brusio. Il capitano passando strillò: «Fate silenzio, lazzaroni». Tutti si voltarono un
               po’ meravigliati, poi ricominciarono a mangiare. Se ne andarono poi: adesso sono a
               riposo a Campo Lozze .
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                 (10 agosto ’16, Monte Palo, diario). Mi son sentito male in questi giorni. Re-
               almente, forse, è un po’ d’esaurimento. Certo sono stanco e seccato. È cominciata
               l’offensiva italiana sull’Isonzo. Gorizia è italiana. Notizie splendide, elettrizzanti; ne
               sono stato felicissimo. Eppure non so levarmi da questo stordimento fisico e morale
               che mi opprime .
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               Lo stesso esaurimento, dopo i combattimenti del novembre 1916 in Claudio Ca-
            landra, che un anno dopo, ne’ giorni di Caporetto, si faceva ammazzare piuttosto che
            arrendersi.
                  Non ho ancora la ferita completamente saldata, [sono] molto debole e natu-
               ralmente un po’ scosso ed esaurito da tutte le vitacce passate. Fortunatamente non
               sono abbattuto moralmente e me ne torno in linea rassegnato, con poco entusiasmo
               perché ho capito che in noi vedono soltanto gente che deve ad ogni costo essere
               sfruttata fisicamente ed intellettualmente o all’esaurimento: ma deciso a fare come
               sempre il mio dovere .
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               Si disgregava un elemento essenzialissimo: quel quid che sorpassa il puro vincolo di
            disciplina definito dai regolamenti militari, e lo trasforma in vincolo morale, in colla-
            borazione intelligente ed entusiastica: la fede in un’opera comune, quell’unisono fra chi
            comanda e chi ubbidisce, che nasce per vie impreviste, non dalle parole, ma dagl’in-
            consci atteggiamenti, dalla fiducia, dalla speranza in un meglio conseguibile per uno
            per sforzo comune: il patto della vittoria, su cui, in ultima analisi, poggia ogni esercito.
            Ora la guerra cronica era la guerra spogliata della vittoria. Il disperato martellamento
            imposto all’esercito italiano per spezzare di colpo tutta la linea austriaca rivelava un’im-
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