Page 252 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta 203
Il combattente (lo dichiarava coi grossi termini del suo stile) temeva d’essere un
ingenuo corbellato. Diceva Claudio Calandra: «Gli uomini si dividono ormai in due
categorie: imbecilli e imboscati. Son lieto di far parte della prima categoria» . Talora il
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ribadimento del destino di sofferenza e di morte aveva qualcosa di mostruoso. Ufficiali
valorosissimi, provati in numerosi combattimenti, si offrivano volontari per l’aviazione.
Volevano uscir dalla vita di lombrichi delle trincee: poter dormire in un letto pulito,
ritrovare il senso umano della vita. Importava nulla se gli aviatori morivano quanto i
«fanti». Si moriva al cospetto del cielo, senza pidocchi, con gli stivali lucidi e la tepida
casacca di pelle. Ma le loro domande spessissimo venivan respinte. Essi restavan consa-
crati alle trincee. Teodoro Capocci, il valorosissimo granatiere, se ne doleva, scrivendo
amareggiato al padre:
(2 marzo ’16). … Eppure sarebbe una cosa a cui io terrei molto. Tanto più che
se gli aviatori fossero gli empiastri che mollano via dai battaglioni, addio aviazione!
Eppure dovrebbe essere proprio il contrario: e potrebbero ben favorire e contentare
quegli ufficiali, che, modestia a parte, han fatto sempre il loro dovere, e non han mai
domandato un’ora di riposo, senza rifiutarsi per le imprese più azzardate. Questo è
quel che fa rabbia: i cavalli di fatica che tirano sempre, a qualunque costo, e quelli
che non fanno mai niente. Ma fa niente. Per fortuna poi, dopo la guerra, si faran
bene i conti, o, come tu dici, le liste degl’infamati .
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«Le liste degl’infamati»! L’impareggiabile granatiere era un po’ nello stato d’animo
di Renzo Tramaglino che proclamava: «v’è finalmente giustizia in questo mondo», e,
secondo il Manzoni, non sapeva quel che si dicesse!
Il combattente si sentiva isolato, segregato dal mondo e dalla vita, come chiuso
in un cunicolo d’anfiteatro in attesa del suo turno. Il suo dolore e la sua tragedia non
gli parevano intesi. Quando nei riposi, nelle licenze, nelle convalescente, rientrava nel
paese e rivedeva e risentiva la vita, un impeto di collera o di sdegno lo scoteva. C’era
ancora gente che godeva, gente che obliava la trincea, l’oscura tragedia della vedetta e
del piccolo posto, la fascia d’umanità dolorante che difendeva e proteggeva gli obliosi
e gl’ingrati. L’esaltata febbre di godimento diffusa negli anni della guerra esasperava.
E non è vero che tutti soffrono. A Padova ho visto tanti di quei giovinotti a go-
dersela nei teatri e nei caffè che mi veniva voglia di prenderli a pugni e di odiarli più
degli austriaci .
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Sicché sulla faccia della terra ci sono ancora felici mortali? Fra le tante illusioni c’è
quella che abbiamo tutta l’Italia a penar con noi .
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A teatro ebbi occasione di vedere la nostra «madre patria» come è in lutto per i
suoi figli che muoiono e si sacrificano. Sporco e porco mondo! .
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