Page 254 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta  205


               Il combattente si vendicava del presunto affronto con gli stornelli di guerra:
                                          Da Cividale a Udine
                                         ci stanno gl’imboscati
                                         hanno gambali lucidi,
                                           capelli profumati.


               Il disprezzo più profondo era poi per i giornalisti che falsificavano la guerra e creava-
            no l’impostura del soldato tutto baldanza che rifiuta i cambi e si spassa alla guerra: essi
            mentivano il sacro dolore .
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               Chi consideri storicamente il fatto, oltre un’indubbia esagerazione di fantasia esalta-
            ta nei combattenti, trova che quell’eccitazione febbrile del paese, quello stato d’animo
            di godimento simile a quello dei dieci giovani del Decamerone durante la peste, era una
            faccia inevitabile della guerra.
               Doveva continuare la vita d’ogni giorno, anche più eccitata, perché il paese produ-
            cesse, lavorasse, sentisse il meno possibile il lutto e la tragedia che l’avrebbe paralizzato.
            Era quella la febbre che accompagna il male, lo segnala, ma aiuta anche a superarlo. Ed
            era stata in parte favorita politicamente, per reagire all’impressionabilità del pubblico,
            e correvano a diffonderla nelle retrovie e durante le licenze gli stessi combattenti con la
            loro sete insaziata di vita, di godimento, d’oblio. Era l’egoismo primordiale della vita.
            Lo stesso per cui si continua a vivere pur dopo la dipartita delle persone care; ma ac-
            centuato pel venir meno delle forme della pietà. Lo stesso per cui il combattente serrava
            le file, lasciando indietro i compagni caduti; per cui, uscito dall’orrore della trincea, si
            godeva il sole dinanzi alla sua tenda, intonava i suoi rochi stornelli, si beava del rancio
            caldo e corteggiava le ragazze delle retrovie, mentre i morti si disfacevano fra i reticolati
            e nelle fosse improvvisate. Anche la vita serrava, implacabilmente, le sue file sui suoi
            caduti e sui morituri.
               Il De Vita – e quanti come lui nelle quasi liete baldorie delle mense? – si sorprende
            in questo oblio e in questo primordiale egoismo. Nella sua mensa si fa baldoria, mentre
            in un battaglione attendato vicino è morto un ufficiale.

                 (9 agosto ’15). … ieri si bevve anche dello champagne alla nostra mensa, quando
               in quella del battaglione c’era lutto. Si diventa bestie, disprezzatori di tutti sentimen-
               ti, si diventa differenti. Se non fosse così disposta l’anima, sentiremmo diversi suicidi
               e pochi atti di valore! 84


               Ma le considerazioni d’ordine storico sorgono postume al fatto della guerra. Fossero
            anche state presenti, non avrebbero placato l’amarezza.
               I combattenti sperimentavano un caso concepito per ipotesi dalla fantasia poetica
            dello Chateaubriand: dei morti che risorgendo sarebbero un pauroso ingombro anche
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