Page 259 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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210   Momenti della vita di guerra

               (1° febbraio ’16). Vi sono delle ore in cui si vorrebbe tutto dimenticare, anche le
             cose più care, per non più desiderarle, per non sentire nell’animo il vuoto crudele che
             da esse ci separa… [censura]. Da due giorni ci piovono attorno shrapnels e granate.
             L’emozione è continua ed è a stento dominata dal freno inibitore della volontà .
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               (18 marzo ’16). O giornate di maggio! Come siete lontane oramai nella memo-
             ria… [censura] .
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             Intanto il tempo scorreva. Passava orrido di sofferenze e di tormenti, il primo inver-
          no di guerra sulle pendici del San Michele. La primavera arrecava il rovescio sulla fronte
          tridentina. L’estate si apriva con l’orrore dell’offensiva dei gas a San Martino del Carso,
          e il Filastò la vedeva dai posti di medicazione.
               (30 giugno ’16). Nel posto di medicazione due aiutanti di sanità lottano contro
             i gas. Intorno morti e agonizzanti. Si riconoscono a vicenda i segni della morte e
             sentono tormentarsi i polmoni dallo strazio del veleno. Parecchi boccheggiano con
             la bocca piena di spuma verdastra e sbarrano gli occhi in uno sguardo truce e con
             perfetta lucidità imprecano al destino e alla viltà del nemico.
               Il maggiore Cortese non vuole che lo si tocchi più: «Lasciatemi morire e ditemi
             intanto se la linea si riconquista». Lungo i camminamenti e le caverne non c’è che
             strazio e morte. I prigionieri premuti alle calcagna scendono in fila indiana e godono
             di tanta strage. Intanto dal gruppo degli agonizzanti si solleva una larva d’uomo e con
             estremo atto di furore assesta un pugno in faccia ad un capitano austriaco. «Rispettate
             il prigioniero», gli grida un ufficiale italiano. E il soldato, rispondendo a costui con uno
             sguardo di commiserazione, si ripiega sulle ginocchia e si adagia a morire…
               Arriva un soldato sano e pieno di vita, ma tutto anelante e affaticato; cerca fra
             i morti il proprio fratello, e lo trova ancor vivo, ma già dentro le fauci della morte
             insaziata. Si leva la giubba, si leva il farsetto e così, in maniche di camicia si china per
             terra, raccoglie il fratello, se lo stringe al petto con le mani nelle mani, e incomincia
             a dimenarlo con gesti ampi e celeri per farlo sopravvivere. E mentre così lavora gli
             dice reiterate volte: «Non disperare, fratello. Io ti salverò, ti farò vivere, non ti lascerò
             morire».
               Ma di lì a poco il fratello gli reclina il capo sul petto e se ne muore. Allora quel
             soldato, scappato chissà da dove, giunto lì trafelato, ed ora grondando sudore per
             l’immane fatica depone per terra il corpo esanime del fratello, si morde le dita, si
             rimette il farsetto e la giubba, raccoglie un fucile e corre in prima linea gridando
             «Scellerati, scellerati!» .
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             Dopo l’espugnazione di Gorizia nell’agosto del ’16 il Filastò era ormai logoro. Era
          uno dei pochissimi superstiti del suo reggimento dall’entrata in guerra e attendeva in
          una grigia rassegnazione il suo turno. Scriveva al fratello.

               (27 agosto ’16). Il mio astro tramonta prima del meriggio… Bisogna rinunziare
             anche alla speranza di sopravvivere e ritenersi destinati dalla sorte a buttare la nostra
             esistenza nella fucina degli eventi. Io allora mi sento più tranquillo, quando rinunzio
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