Page 260 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta  211

               a tutto ciò che mi appartiene, quando nemmeno penso che in altri luoghi ho dei
               parenti che trepidano per la mia sorte. Mi piace, o, per meglio dire, mi fa comodo
               considerarmi solo al mondo, nato, cresciuto, destinato dalla sorte ad essere consuma-
               to né più né meno di come si può consumare una bomba o una cartuccia.
                 Anzi da questo punto di vista la missione che mi sono tolta ad esercitare sul cam-
               po della strage è oltremodo confortevole, perché mi consente di tirarla più a lungo e
               di considerarmi tante volte rivissuto quante sono le opere di bene che io compio. A
               questo modo valgo più che un sasso in catapulta…
                 Ora io vorrei, sì, vivere e migliorare me stesso. Vorrei poter levare da me tutte le
               scorie e ricomparire al mondo in una veste nuova e verginale; vorrei tentare l’accesso
               per vie più ampie e più alte… ma ora cosa vuoi che faccia, cosa vuoi che pensi? Vuoi
               che mi tormenti coi problemi del domani, mentre mi sta dinanzi l’enorme punto
               interrogativo del Destino? .
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               La sua lettera testamento, scritta un anno avanti (il 21 ottobre 1915) completa la
            fisionomia laicamente religiosa del modesto maestro calabrese.

                 … Io non ho mai ancora provata l’ebbrezza dell’assalto, né forse la proverò. Non-
               dimeno io sento l’animo mio appagato da un’intima e serena soddisfazione che mi
               rende men dura l’idea della morte: la soddisfazione di aver potuto sul campo di
               battaglia alleviare con la pietosa mano e con la dolce parola del conforto i dolori e gli
               spasimi di tanti gloriosi feriti e raccogliere con venerazione l’ultima parola di qualche
               agonizzante.
                 Che io possa ancora e fino alla vittoria continuare la mia missione pietosa, è l’au-
               gurio che io faccio per te, o madre mia, perché tu possa provare l’immensa gioia di
               riavermi più puro e più bello fra le braccia tue: ma se la sorte m’invita ad una sorte
               più gloriosa, saprò seguirla con animo sereno.
                 … Le istituzioni educative nate dalla mia attività di maestro desidero che siano col
               continuo interessamento dei parenti e degli amici conservate per sempre in ricordo
               del bene che volli al mio paese, dell’amore e della fede che io posi nell’adempimento
               del mio dovere. I miei scolari si ricorderanno di me, non ne dubito .
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               Mario Tancredi Rossi  fu un altro di quei meravigliosi alpini piemontesi, in cui lo
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            spirito guerriero del popolo subalpino non mortificò la profonda gentilezza di senti-
            mento, l’accorato rimpianto d’affetti casalinghi: di quegli alpini ch’egli stesso poetica-
            mente rievocava:

                 (16 settembre ’16). Gli alpini, sempre gli alpini, sulle montagne, lanciati nel ven-
               to, nel ferro, nel fuoco; e vanno avanti sempre e non cedono mai dove sono giunti.
               Anima delle rocce trasfusa in altre rocce! Ogni goccia di sangue sembra aver un
               disperato urlo di vendetta; e non c’è soldato più freddo, più attaccato alla vita, più
               nostalgico, più buono… Ma son quelli che più ferocemente proseguono, assalgono,
               si difendono, vendono a goccia a goccia il sangue .
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               Aveva dentro di sé ricchezza gentile d’affetti: sí che lo slancio generoso si accompa-
            gnava a un rimpianto acuto delle cose che si lasciava indietro, al sentimento dello sfiorire
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