Page 255 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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206 Momenti della vita di guerra
per le persone più care, perché il dolore è rimarginato e nuovi amori e nuovi sogni occu-
pano i cuori. Essi, i combattenti, erano un po’ i morti, anche prima di morire: in patria
la vita continuava e, come l’erba sui vecchi campi di battaglia, a poco a poco cicatrizzava
le ferite degli affetti e delle memorie, tranne dei cuori dei padri e delle madri.
Era una maledizione sacra. La guerra, come una rivoluzione, colpiva secondo una
legge impenetrabile, senza un criterio di valore, spessissimo contro di esso, e, a diffe-
renza delle rivoluzioni, non pareva portare il segno di una nuova giustizia. Appariva
una cieca esplosione di cui nessuna mente umana poteva segnare i limiti e i risultati: un
destino cieco; ove naufragavano i sogni di nuova giustizia fra le nazioni e nella società.
Nell’ufficiale fermentava un amaro desiderio di morte: nei gregari – spesso anche tra
i migliori – una frenesia spartachiana. Talora disertavano per giocare in nuovo modo
una vita già considerata perduta: altre volte prorompevano in tragici ammutinamenti;
specialmente nelle brigate migliori e più duramente provate.
Questo, nel suo schema e nei suoi momenti, quel fatto che i tecnici militari soglion
designare il «logorio» della guerra moderna.
Alcune figure di combattenti recano le stigmate del dolore e della tristezza di guerra.
E non si tratta d’uomini moralmente gracili, ma di soldati che sentivano e accettavano
virilmente tutto il loro dovere.
Il 14 ottobre ’16 nel vallone di Doberdò una granata austriaca uccideva il caporal
maggiore Gaetano Filastò del 20° fanteria. Era un maestro elementare calabrese. Non
aveva voluto rinunziare, durante il suo lungo servizio di guerra, alle modeste funzioni
di aiutante di sanità per diventare ufficiale. Aveva un’intima repugnanza per la violenza
e il sangue: ma fautore convinto dell’intervento italiano e della guerra restauratrice del
diritto violato, aveva cercato di conciliare i contrastanti sentimenti in un servizio che gli
facesse correre tutti i rischi, e gli consentisse insieme d’esplicar la sua opera non a perde-
re, ma salvare vite umane. Aveva una mente illuministica comune a molti maestri: forse
un po’ angusta, ma sincera, ché l’illuminismo in non pochi animi diviene fede direttrice
di vita. Credeva profondamente e fervidamente a ciò che per molti altri non era se non
un pretesto oratorio: al diritto dei popoli, alla missione italiana di concorrere a un più
civile consorzio fra le nazioni, al dovere d’un supremo sforzo per uccidere, sia pure con
la guerra, la guerra, spezzando la brutalità tedesca e schiudendo agli uomini una più de-
gna vita. Ideale e sogno che fu impiegato, sfruttato e deluso dai politici, ma che rimane
pur sempre di quella politica un debito gravissimo, «l’obbrobrio di un giuro tradito».
Fra un’azione e l’altra il Filastò segnava brevi appunti e osservazioni, che sviluppava
nei periodi di riposo e di licenza e inviava al fratello. Venne fuori, così abbozzato, un
diario che la pietà dei congiunti pubblicò poco dopo la morte del Filastò e la censura di
guerra, non molto più intelligente di tutte le altre censure, mutilò nei punti più signifi-

