Page 251 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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          pulsività cieca e inconcludente nel comando. Il sacrifizio spaventoso per la conquista
          d’una linea, moltiplicato per tutte le linee successive pareva portare al deficit conclusivo.
          Era una disperazione dissimulata nell’ufficiale, palese e talora irridente nel soldato.

                                        Il general Cadorna
                                       ha scritto alla regina:
                                       «Se vuoi veder Trieste,
                                     te la mando in cartolina»,


          cantava lo stornello maledetto. L’autorità e l’imperio non restituivano il «morale». Ani-
          mo del 1917. Si restava nell’esercito come in una famiglia in cui sian crollati gl’ideali e
          le fedi comuni e sopravviva la convivenza. Fino a Caporetto fu un continuo inabissarsi
          del «morale». Si sentiva maturare un oscuro pericolo, se ne parlava sottovoce, non si
          sapeva come porvi rimedio. Non si poteva o non si osava denunziarlo. Chi avesse se-
          gnalato la demoralizzazione del proprio reparto correva il rischio d’esserne fatto respon-
          sabile, data la tendenza a spiegarsi miticamente la depressione del logorio con coscienti
          malvage sobillazioni di questo o di quello.
             Si sentiva un fatale irrefrenabile decorso.
             Lo stato d’animo dei sacri a morte spesso si venava d’esasperazioni e di ribellioni gla-
          diatorie, di collera contro il destino e l’ingiustizia. Perché non v’era infine una giustizia
          nel distribuire il dolore e la morte?
             Chi dalle più lontane retrovie s’avanzava alla linea avea l’impressione d’una selezio-
          ne automatica, quasi della stratificazione di due liquidi immescolabili. Si passava dagli
          scaltri, dai furbi irridenti, dai finti invalidi, da chi pur con la divisa sapeva gettare le reti
          di speculazioni piccole e grandi sulla nuova situazione, ai semplici, ai volenterosi, a chi
          non sapeva o non voleva ricorrere all’intrigo e alla raccomandazione, a chi, pur bestem-
          miando la vita di trincea, aveva l’intimo pudore di non volersi tirare indietro.
             Moralmente, in nessun posto si respirava così bene come in trincea.
             Ma, intanto, perché a chi più dava più veniva richiesto, perché chi faceva buona
          prova in certo modo si condannava a morte, mentre così facile era al pigro e al vile lo
          scivolare presso i comandi o nelle retrovie? Qual era l’arcana legge per cui dalla massa
          degl’italiani si era trascelti a quel destino inesorabile? Per quanto i migliori ripetes-
          sero e si ripetessero che era assurdo esigere che gl’italiani fossero tutti eroi, e che per
          combattere occorreva una capacità morale oltre che fisica, per quanto fosse assurdo il
          pensare di poter sostituire una salda brigata con una brigata d’«imboscati», sordi ad
          ogni senso d’umana dignità, il problema degl’«imboscati» ossessionava. Eran ritenuti
          responsabili dello sforzo sovrumano a cui eran sottoposti i combattenti, della brevità
          dei turni di riposo. E poi quello degl’imboscati era il problema della giustizia sociale
          della guerra.
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