Page 298 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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Vita morale  249

               La sua incontinenza l’ha ucciso, per insegnarci a essere sobri e frugali, a evitare i
               pericoli dei godimenti materiali e bassi. E l’ambizione che gli ha servito? Iddio gli
               ha tolto tutto in un istante. In che cosa aveva posto la sua felicità? Negli onori,
               negli agi, nel voler comandare, prevalere, brillare, piacere agli uomini. E ora? Che
               retaggio d’amore ha lasciato quest’uomo, la cui morte è stata desiderata e augurata
               con bramosia di sciacallo? .
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               Spesso per questa tendenza esortativa-suasoria eccede ogni limite, come in una lette-
            ra in cui esalta lunghissimamente la guerra per il senso di fraternità umana che suscita.
            Par quasi che lo stato di guerra attui la repubblica di Platone, la felicità d’Utopia e la
            perfezione evangelica.
                 (7 settembre, ’15). Come affratella la guerra! come apre il cuore! Ci insegna ad es-
               sere amorevoli, fiduciosi, franchi, espansivi. Con la sua terribile e fierissima eloquen-
               za realizza d’un tratto, tra i soldati combattenti l’esemplare d’una società perfetta,
               come potrebbe vagheggiare il più incontentabile moralista, il filosofo più sognatore;
               d’una società come ce la fa intravedere il Vangelo, mentre ce la promette sicuramente
               come premio al di là: una società dove gli uomini si amano e si soccorrono per un
               impulso irresistibile d’affetto, dove non cercano di danneggiarsi o d’ingannarsi, per-
               ché sanno che il danno e la menzogna sono funesti a tutti e a ciascuno, dove non si
               oltraggiano e si disonorano colla diffidenza reciproca .
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                A questo punto s’accorge d’aver esagerato, ed esagera in senso contrario:

                 Parlando così, s’intende, sono un ottimista. La guerra in sé non ammaestra più
               nessuno. Tu ed io sappiamo che al mondo non c’è nulla capace di render gli uomini
               migliori, né la pace, né la guerra, né l’esperienza, né la scienza, né l’educazione, nulla
               all’infuori della grazia del Signore .
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                Ove è evidente che, se è fermo quest’ultimo principio, tutto il quadro ideale della
            guerra è un ghirigoro oratorio che offusca il sentimento della divina grazia.
               Ma sotto questa spuma omiletico-apologetica prodotta dalla conversione, restava il
            Borsi migliore, che sitiva la prova, il cimento, il sacrificio per la patria, col presentimen-
            to tenace della morte imminente. L’uomo era di gran lunga superiore allo scrittore e al
            propagandista .
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               Così giunge al termine la mia ricerca. Indubbiamente il campo sterminato è ben
            lungi dall’essere esaurito. Molti e molti altri ricercatori dovranno ancora lavorarvi, e
            ne verran fuori grandi tesori di vita spirituale. Ma il compito del presente studio era
            solo d’iniziare: segnar le tappe ideali della nostra guerra, scrutarne, a traverso i migliori,
            l’anima occulta e profonda, risentire in documenti immediati, uomini, cose, esperienze,
            che ormai tante vicende e tante passioni distanziano da noi.
               E questo compito credo d’aver assolto nei limiti delle mie forze. M’è riapparsa di-
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