Page 299 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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250 Momenti della vita di guerra
nanzi agli occhi della mente, e spero anche a quelli del lettore, la generazione «carsica»
a cui appartenemmo e da cui ormai ci sentiamo quasi staccati per tanti altri eventi
vissuti e sofferti, per tanta vita toccata in sorte a noi soli. Quella generazione ci par
già conchiusa e consacrata alla storia, riassunta dai migliori che caddero. È temerario
affiancarsi ad essi. Appaiono già in una lontananza augusta: come a noi fanciulli i pa-
dri del Risorgimento. Anche nell’iconografia. Sfogliando quei libri e quegli opuscoli li
rivediamo quali furono: le uniformi ci sembrano già antiquate e spesso recano i segni
del reticolato e della trincea. Chiare e oneste facce, fiorite ad altri soli, in una vita di
pace: volti d’uomini non fatti per la guerra, ma capaci di reggerla per l’alto senso di
umana dignità: non contrazioni esasperate o gesticolazioni eroiche, ma la compressione
dell’esperienza eccezionale toccata loro in sorte in una semplicità spesso umile. E poi
quelle lettere, quelle voci di dolore, di gioia, di rischio, di gloria, d’angoscia, di pre-
ghiera formano un accordo superiore. Un unico motivo circola in tutti i momenti, una
gentilezza profonda, una mitezza strana in uomini travolti nella strage: l’aspirazione a
salvare un più umano ideale di vita contro l’istinto nibelungico, belluino, della guerra
tedesca. Sopravvive in questi frammenti dei combattenti italiani qualcosa dell’antico
ideale classico che sul Partenone istoriava i centauri e i barbari atterrati dagli eroi. Mai
forse si sente così vivo e commovente l’afflato dell’antica civiltà italiana come in queste
pagine d’ignoti. Poesia del «latin sangue gentile».
In sede storica è certamente erroneo considerare la recente guerra italiana come l’ul-
tima del Risorgimento. Tuttavia essa fu la guerra combattuta dai figli del Risorgimento.
Tremenda e sanguinosa, non fu, per chi la visse, esclusivamente un museo degli orrori,
proprio per questa luce ideale, per questa fede nativa, sincera, così diversa dalla male-
detta retorica giornalistica che la falsò e la contaminò. Chi ravvicini i documenti della
vissuta guerra italiana con quelli analoghi tedeschi trova la differenza che passa fra un
quadro del Carpaccio o di Leonardo e un quadro di Lucas Cranach: proprio per questa
luce ideale. Eppure se quella superba gioventù col suo sacrifizio vinse in campo il ne-
mico, salvò la patria, ne rinsaldò la compagine, non par che sia riuscita a ravvicinare la
realtà storica all’ideale che vagheggiava. Essa, nei suoi migliori, detestava l’Austria come
«l’onta dei secoli», sognava, alla fine della guerra, una collaborazione fra i popoli, una
libera comunione di civiltà fra tutte le genti, una più alta dignità riserbata alle nazioni
civili: un trionfo dell’ideale italiano-mazziniano sul mondo. Invece dopo la guerra per
un verso i popoli han tentato di dilatarsi in istati non più nazionali con annessioni vio-
lente; per un altro verso si sono riservati nei loro confini economici e politici come in
cupe fortezze . Par che la tensione di forza con cui fu vinta la forza tedesca abbia ottene-
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brata la visione dei fini e delle aspirazioni, che il pathos guerriero, il delirio nibelungico
dei vinti in un’ultima esplosione abbia contagiato i vincitori, e così sia stata rinnegata e
la comune civiltà e la fede di chi morì.

