Page 304 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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Gli umili  255


               I frammenti di questo strato popolano della guerra che ho potuto studia-
            re sono scarsi, ma credo convenga presentarli, nella speranza di poter indiriz-
            zare altri allo studio di quest’«umile Italia» che sanguinò sul Carso e sulle Alpi.
               Il popolano di solito non sentiva la guerra per la sua incapacità a penetrarne la
            motivazione politica. La nota che parlava più forte a lui era quella classico-epica della
            bravura. Le lettere dei soldati hanno un accento caldo quando rievocano i loro ufficiali
            caduti intrepidamente. Ecco, per esempio, come un modesto sergente s’esalta nel de-
            scrivere un combattimento isontino. La difesa del fortino di Globna assurge a solennità
            epica, quasi una nuova Roncisvalle.
                 …occupammo tutto quello che dovevamo prendere e facemmo una piccola
               trincea per riposarci. In nottata però avemmo un grosso contrattacco, i nemici
               venivano a centinaia per vedere se ci potevano respingere indietro, perché il fortino
               che avevamo preso era per loro una grande difesa. Ma noi si resisté senza alcun
               timore. Ci venivano sopra la trincea gridando: «arrendetevi che siamo molti…»,
               ma noi invece sempre fuoco, senza abbandonare il posto: ma loro con una trom-
               betta in bocca continuavano a suonare l’assalto, e più ne ammazzavamo e più ne
               venivano; quel combattimento durò tutta la notte fino alle 8 del mattino. Quando
               cominciò ad essere giorno non vedevamo altro che morti e feriti davanti a noi e
               ai lati delle nostre trincee occupate la sera stessa, ma ancora non volevano arren-
               dersi e non si volevano ritirare perché erano molti, ma noi li decimammo assai;
               però anche dei nostri ne erano diminuiti molti, quasi tutti feriti, e per lo più tutti
               gli ufficiali, tantoché la mattina alle ore 5 il battaglione veniva comandato da un
               sottotenente. Il posto preso però non lo abbiamo rilasciato nemmeno d’un palmo,
               e per tal fatto abbiamo avuti molti elogi dal generale e da tutti gli altri ufficiali, e
               il maggiore degli alpini che era venuto a comandarci ci disse, dopo essere rimasto
               ferito ad un braccio: «coraggio bravi soldati e mantenete il fronte come avete fatto
               fin ad ora», aggiungendo che neppure un battaglione di alpini avrebbe fatto la re-
               sistenza che facemmo noi, e mentre disse che dispiacevagli molto a lasciarci, ci as-
               sicurò che appena ristabilito sarebbe venuto a ritrovarci per salutare il battaglione.
               Ora siamo venuti vicino a Potrena per rifornirci e per organizzarci, perché siamo
               rimasti pochissimi e senza ufficiali .
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               In questa esaltazione di bravura la corrispondenza degli ufficiali ci raffigura la tra-
            sformazione dei soldati romagnoli «già dimentichi del rivoluzionarismo paesano, ab-
            braccianti con entusiasmo la causa della patria» e che muovevano all’assalto con un
            «diluvio di bestemmie rabbiose conio bassa Romagna». 2
               Frequente è anche una certa impassibilità di fronte agli avvenimenti considerati
            come conseguenza inevitabile di certe premesse e di certe situazioni: una rassegnazione
            più semplice e più pronta. Ecco per esempio come un prigioniero di guerra del campo
            di Sigmundsherberg descrive ad una famiglia amica la fine d’un suo compagno.

                 (Sigmundsherberg – Calciavacca, Torino). Dunque gli notifico che il giorno 10
               giugnio abbiamo fatto la vanzata lui era al mio fianco sotto i riticolate alla distanza da
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