Page 302 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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Vita morale  253

            31. pp. 20 sg.
            32. p. 26.
            33.  cfr. Gastone Razzoli, Fra il giovane clero. Il tenente cappellano don A. S., Reggio Emilia 1920. Lo Spadoni, nato il
               19 ottobre 1889 da Giacomo ed Angelini Paderni, morì di malattia tratta in guerra il 25 settembre 1917 a Sedula
               presso Caporetto.
            34. p. 46.
            35. p. 62.
            36. pp. 76 sg.
            37.  Cfr. G. Borsi, Lettere scelte, Milano 1931, p. 256. Il Borsi, nato nel 1888, figlioccio del Carducci, cadde a Zagora
               il 10 novembre 1915.
            38. Cfr. G. Borsi, Lettere scelte cit., p. 243.
            39. p. 252.
            40. Ibid.
            41.  Esattissimo ed applicabile anche alle Lettere il giudizio che B. Soldati (Lettere e ricordi cit. p. 121) formulava sui
               Colloqui in una lettera alla moglie dell’11 dicembre 1916: «Non sono riuscito a penetrare nel vivo del Colloqui. Non
               metto in dubbio la sincerità della fede, ma la fede non m’interessa, sì m’interesserebbe la critica delle ragioni che
               portarono alla fede, quale appare nell’autobiografia d’altri convertiti, come San Agostino. A tale chiarezza d’idee il
               Borsi non era ancor giunto; né la sua vita di peccato appar così nera, mio Dio! La più bella pagina sua è sempre la
               sua morte, e questa non appare in relazione di necessità con la sua fede».
            42.  Alcuni dei caduti avevano un presentimento oscuro di tale delusione. Il Begey (p. 32) scriveva il 25 aprile 1915 alla
               moglie: «Ce qui me fait le plus de peine dans la guerre européenne, ce n’est pas la destruction des vies humaines;
               la vie achevée à moitié de son cours par le sacrifice, acquiert une valeur et une noblesse que, quiconque croît à
               l’immortalité des âmes, doit un peu envier. Ce qui est plus dur à penser, c’est que cette guerre, en déchaînant les
               haines des peuples détruit presque complément le travail de fraternité spirituelle que l’humanité avait commencé, elle
               détruit la joie que l’âme avait de trouver dans une manifestation quelconque de l’art ou de l’esprit, un lien invisible
               qui unissait à tant de gens inconnus». Il tenente Paolo Oss Mazzurana (nato a Trento nel 1894, morto sul Kukli
               il 24 ottobre 1917) in una lettera del 22 agosto 1917 scriveva: «Ritroveremo le nostre energie? Troveremo ancora
               nella vita e nell’avvenire gli stimoli per affannarci tanto? Troveremo soddisfazione nel lavoro specifico? Crederemo
               ancora all’amore, alla fratellanza degli uomini? Alle loro rare virtù? Vedremo insomma la vita sotto l’aspetto di prima
               e (leggi: o) riconosceremo per fandonie tante belle illusioni? Speriamo di no. Certo che non mi sento più quello di
               prima contemplando la ridente vallata sottostante sparsa di ridenti villaggi che oggi non sono che mucchi di rovine.
               E quando penso i terribili disagi dei nostri bravi soldati e il lusso, l’indifferenza, i vizi che serpeggiano nella città tra
               tanta gente che sugge il sangue e l’oro del paese, non credo più ad un amore, ad una concordia, a una fratellanza
               fra gli uomini» (Leg. tr., p. 123). Lo stesso sentimento misantropico in Claudio Calandra (p. 12, 27 dicembre
               1915): «In questi sei mesi trascorsi lontano da casa ho visto troppe cose di cui non avevo idea, e mi vado sempre più
               persuadendo che il mondo è fatto di cose buffe e stupide e che gli uomini voglion parere furbi e intelligenti, mentre
               la più parte non è che di mezzi imbecilli o d’imbecilli completi. Se avrò un giorno la fortuna di ritornare alla mia
               vita di prima mi terrò bene stretto ai miei pochi amici e vivrò come avevo fatto finora, il più lontano possibile dal
               mondo». La diffusione di questo tragico disprezzo per gli uomini e il conseguente crollo di tutte le fedi di solidarietà
               umana si rivela il più tragico retaggio passivo della guerra.
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