Page 59 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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10 Momenti della vita di guerra
maschio senso di bravura, devozione al suo ufficiale, stizza e dispetto per il nemico ,
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il desiderio di vendicare i compagni caduti, formavano la sua nuova anima guerrie-
ra. Ma voleva il diritto di desiderare la pace, di rimpiangere la sua casa, di dir male
degli «studenti» che avevano scatenato la guerra (poco importava se il tenente a cui
era personalmente affezionatissimo era uno studente), e non amava per questo suo
rabbuffato stato d’animo i discorsi solenni e le grandi parole. E allora all’ufficiale non
restava altro linguaggio da usare che il taciturno esempio (la più alta gloria di quegli
ufficiali improvvisati), il prodigarsi senza limiti, anche oltre il bisogno, il dimostrar
coi fatti che egli soffriva gli stessi dolori, affrontava più grandi rischi. E i giovinetti
del ’97, del ’98, del ’99 guidavano di notte nelle trincee i veterani dell’88 e dell’89,
superstiti della Libia e dei primi anni di guerra. A sua volta, però, da questa sostenu-
tezza e da questa compressione, da questa scarsa espansione d’ideali, affioravano note
amare e pessimistiche; il meglio rimaneva occulto; ognuno si sentiva solo a viver la
sua passione. Invece eran palesi gl’inevitabili casi di svogliatezza, e il fenomeno del
così detto imboscamento. Ma se lo scandalo allora fermava l’attenzione, se pareva
amarissimo che non tutti sentissero il pungolo dei civili doveri, adesso noi possiamo
documentare una marcia inversa dalle retrovie verso il nemico, l’accorrer dei saldi
petti nelle trincee. E nulla ce lo rappresenta meglio in concreto del caso di Fausto
Filzi, il fratello del martire compagno di Cesare Battisti . Era un giovane irrequieto e
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tempestoso. Con dispiacere della famiglia, non aveva voluto ultimare gli studi. Aveva
sostenuto le lotte e le baruffe dell’irredentismo trentino: poi, preso da insofferenza era
emigrato nell’Argentina, dove aveva sofferto miseria e stenti d’ogni genere. Si era da
poco sistemato, quando gli giunse la notizia della tragica fine del fratello. Non resse
alla smania interna, né lo frenò il pensiero della famiglia già funestata dalla tragedia.
Riattraversò l’Oceano, si arruolò artigliere, poi frequentò il corso d’ufficiale, poi passò
volontario nei bombardieri. Nel suo tumultuoso furore vedeva nero; e da Susegana
scriveva una lettera molto amara alla fidanzata del morto fratello:
(Susegana, 21, 3, ’17). … Vedi, Emma, io son qui venuto pieno d’entusiasmo per
essermi levato dall’artiglieria, dove non mi sembrava d’essere al mio posto, e mi fi-
guravo che, dato il pericolo cui corre la nostra arma, ci fosse fra i bombardieri quella
famigliarità, quella fratellanza che fa tanto bene, e che tanto sostiene lo spirito, che ci
fosse, se non dell’entusiasmo, almeno un grande amor patrio, almeno del coraggio,
perdio! Ho trovato invece della diffidenza fra camerati, una stragrande volontà di
far… lavorare gli altri, e poi, al posto dell’amor patrio, un sentimento che confina
con la paura. Se li vedessi, Emma, certuni fra i miei camerati con certe facce cadaveri-
che andar sempre strisciando piccini sulle orme dei superiori onde potere, sfruttando
cortigianesco frasario, prepararsi un posticino nel bosco, se tu li vedessi solamente alle
prove dei tiri, quando c’è il pericolo che qualche piccola scheggia arrivi a noi, vedresti
quanto sacra considerino la pelle. Cosa sarà poi in trincea?

