Page 64 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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II. Il cimento della vita















            Dinanzi alle coscienze si ponevano i problemi supremi della nazione e degli individui.
            Cinquant’anni di pace, interrotti solo da episodi coloniali, avevano disavvezzato da
            tragiche decisioni, da cui dipendessero insieme le sorti della patria, della famiglia, della
            vita individuale. Bisognava uscire, e come nazione e come persone singole, dalla vita
            episodica e particolare, che svolgendosi giorno per giorno lasciava la visione dell’insie-
            me sfocata e nebulosa. Sonava ancora una volta l’ora delle forti risoluzioni e dei cimenti
            supremi. Una nuova esperienza di vita s’iniziava.
               Se la pienezza e il benessere della lunga pace non erano propizi a decisioni fulmi-
            nee, se avevano distratto la vigilanza della nazione dal gioco lungo ed assiduo delle
            diplomazie e dalle situazioni europee, d’altra parte lo spirito della nazione non era
            neppur logoro da una lunga vigilia, da tensioni esasperate, oscillanti fra temerarietà
            folli e abbattimenti scorati. V’era una saldezza profonda che doveva darci quel più
            vasto respiro, che ci avrebbe tenuti in piedi sul nemico che si accasciava. V’era una
            turgescenza di forze riposate, che si manifestava insieme in desideri di novità e di
            vie ardue, e anche in solida virile fermezza. Il mitigarsi delle lotte politiche e di gran
            parte del socialismo in più bonarie controversie, il compiaciuto esame di coscienza
            del cinquantenario dell’unità, la superata impresa libica, creavano, se non un esaltato
            nazionalismo, una ferma coscienza patria anche, anzi soprattutto, in coloro che erano
            alieni dalla politica, e che erano destinati a reggere il più duro sforzo. Non tutti si
            levavano subito all’ardore di guerra; ma la pacatezza spirituale era compensata da una
            fermezza non disposta a retrocedere. Intanto, chi aveva vivo il senso deIla crisi trepi-
            dava e dava l’allarme. Avrebbe avuto l’Italia la capacità politica di non lasciar decidere
            le sorti d’Europa e del mondo nella sua assenza, d’essere elemento positivo e fattivo;
            avrebbe raggiunto quella riflessa organica visione di sé e dei propri fini, che costituisce
            la personalità dei popoli? Era la prima volta che una decisione di tale portata si po-
            neva alla nazione ancor nuova di quelle lotte supreme che suggellano i popoli: guerre
            dei cento anni, guerre d’egemonia, guerre della Rivoluzione e dell’Impero che avevan
            foggiato la Francia; innumeri guerre dell’impero marittimo che avevan costituito la
            saldezza dell’Inghilterra: guerra dell’indipendenza tedesca, guerre bismarckiane da cui
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