Page 65 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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16 Momenti della vita di guerra
traeva gli auspici l’orgoglio germanico. L’Italia si sentiva in confronto nazione nuova.
Qualcuno faceva, alquanto materialisticamente, i conti delle guerre del Risorgimento
e trovava che il sangue versato non era stato sufficiente. Ferite dell’amor proprio na-
zionale mal rimarginate bruciavano ancora. Si temeva troppo la torpidezza del paese.
In questa nota un po’ pessimistica i fautori dell’intervento si trovavano assai meno
lontani di quanto credessero da coloro che diffidavano dal cimentare l’Italia in così
ardua prova; e forse il più grande retaggio che la generazione delle trincee lascerà ai
nascituri sarà il più tranquillo senso della saldezza nazionale. «State sereni, – scriveva
ad alcuni bambini suoi amici uno dei più generosi e magnanimi ufficiali degli alpini
sul punto di partire, – state sereni, che io ritornerò un giorno: avrò forse sofferto
tutto il male dei nostri poveri fratelli che vanno alla guerra, ma quelle sofferenze mi
avranno fatto sentire anche più, che il sacrificio nostro (se sarò degno di parteciparvi
anch’io) sarà benedetto e grande, perché fatto per il bene vostro, piccini d’oggi e uo-
mini e madri di domani» .
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Oltre le anime che vivevano in queste angosce patrie, v’erano coloro che la guerra
affascinava per la sua novità, pel desiderio di cose nuove, per vivere una nuova espe-
rienza, per un disfrenamento oltre i limiti della vita d’ogni giorno. Ma, cosa più di
tutto importante, in quei turbinosi giorni avveniva il risveglio del vir bonus, del citta-
dino avvezzo sempre a compiere i suoi doveri, che opera più che non parli. Ai primi
giorni della guerra europea, il 14 agosto 1914, il giudice Giuseppe Garrone scriveva
ad un amico da Tripoli: «Circola con insistenza la voce di guerra all’Austria. Trovami
un posto in un battaglione di volontari, quello Sucai in particolare, se si farà: e tele-
grafami. Tenterò, non ostante le immense difficoltà, di partire» . La guerra gli pareva
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cosa ovvia per una considerazione morale più ancora che politica, pel suo senso della
patria. «L’idea d’essere italiano, ma d’una Italia diminuita nella stima generale, che gli
uni potranno accusare di tradimento, gli altri di viltà, di un’Italia che non saprebbe
adattarsi che alla parte di Maramaldo, senza scatti che denotino un’esuberanza di vita,
mi ripugna e mi rivolta» .
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Benedetto Soldati ci descrive con schiettezza il suo interno problema e la ricerca del
partito politico meglio rispondente a questo suo stato d’animo :
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Quando scoppiò, nell’agosto del ’14, il conflitto europeo, io non mi ero mai
occupato di politica. Confesso che non vidi di colpo la convenienza, in cui si ve-
niva a trovare l’Italia, di intervenire contro l’Austria: me ne persuasi via via che gli
avvenimenti si svolgevano durante i mesi della nostra neutralità. Ma, subito, ciò che
prima non mi aveva interessato divenne oggetto precipuo dei miei pensieri: il dover
civile. Nelle lettere che scambiai con lo zio Mercurino, più pronto di me a prendere
posizione decisa per l’intervento, si può vedere il rapido crescendo del mio ardore
per la guerra. In tutto quel tempo però non scrissi una riga sui giornali, né volli
entrare nel partito nazionalista, verso cui pure dovevano logicamente appuntarsi le
mie simpatie. Non entrai in quel partito… per parecchie buone ragioni: mi sapevo

