Page 72 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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Il cimento della vita  23

               più di sfuggire alla morte. Ma mi rimaneva l’angoscia per quelli che sopravvivevano,
               per te, piccola moglie… per mio padre, che avrebbe sentito di colpo crollare la forza
               mirabile che lo sorregge nel continuo lavoro per conservare l’ufficio al figliuolo ed
               avrebbe aggiunto una nuova inestinguibile pena alle molte che lo hanno provato
               nella sua ardua vita, e poi tutti… Ma io vorrei, o piccola moglie, che, nello stesso
               tempo che io grido contro il destino che mi strappasse a te, tu sapessi che io avrei
               pure una calma e una fiducia cieca in quello che ci attende. Io ti direi solamente
               «aspetta, piccola moglie, io vado al di la e ti attendo, e quando tu verrai, ti verrò in-
               contro e muteremo le lacrime nella gioia eterna». Mi ricordo di una frase di Claudel
               che mi son letta tante volte in quel bizzarro libro che è L’annonce faite à Marie: «Pour
               moi, j’en ai fini; et je passe outre. Dis, qu’est-ce qu’un jour loin de moi? Bientôt il
               sera passé. Et alors, quand ce sera ton tour et que tu verras la grande porte remuer et
               craquer, c’est moi de l’autre côté qui suis après» .
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               La crisi si risolveva in una preghiera, nel richiedere la grazia d’esser pari al suo
            dovere. Il 9 aprile ’16, avviandosi, dopo una breve licenza, al suo destino, scriveva
            alla moglie:

                 Io ritorno al mio posto con una grande serenità e qualunque cosa sarà di me, ti
               assicuro che mai avrò un pensiero di sfuggire, sia pure in minima parte, al completo
               adempimento del mio dovere verso la patria.
                 Stamane, arrivato a Milano sono entrato qualche minuto nel grande Duomo, e
               l’unica preghiera che ho formulato è stata quella che sempre ho ripetuto dall’inizio
               della guerra; cioè: che Dio mi aiuti ad essere lontano da qualsiasi forma di viltà. Se
               tu sapessi quale profondo e reale desiderio io abbia di essere in questa guerra sempre
               pronto a qualunque sacrificio, in qualunque momento esso mi venga richiesto! .
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               La sua preghiera fu ascoltata. Il 29 aprile ’16, combattendo alla testa dei suoi skiatori
            sulle nevi dell’Adamello, fu più volte ferito: rifiutò di lasciare il combattimento, finché
            una raffica di mitragliatrice lo colpì in pieno. Morì al posto di medicazione, tra la sua
            angoscia e la sua salda speranza.

               Altri viveva la sua vocazione di guerra più semplicemente, più ingenuamente. Pietro
            Borla, che poi fu un valorosissimo ufficiale degli alpini, in una sua lettera descrive con
            commozione la partenza di un gruppo di suoi compagni di corso per la guerra: il tardare
            lo mordeva come la coscienza d’una viltà:

                 Stamane sono partiti per Aprica, nel Trentino, venti dei miei compagni, cosicché il
               mio plotone è molto diminuito di numero. Io ho ascoltato il vostro consiglio, e, non
               senza qualche rincrescimento, son rimasto ad attendere il mio turno. Ah, miei cari,
               ho assistito ad una scena indimenticabile! Il ricordo di essa non mi passerà più dalla
               mente. Abbiamo offerto ai partenti un piccolo pranzetto d’addio; poi si era pensato di
               fare un po’ di festa; ma non ci fu possibile, l’allegria non era sentita, il riso non sgorga-
               va sincero… E li abbiamo accompagnati alla stazione, affardellati, carichi dello zaino,
               con le cartucce da guerra, col fucile e la baionetta lucidissima: qui nessuno ha potuto
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